GRAVINA, SI PUÒ ANDARE VERSO L’ARCHIVIAZIONE?

Salve a tutti, in quest’ultima settimana molti juventini mi hanno postato in gesto di scherno sulla mia pagina il seguente articolo https://www.calcioefinanza.it/2021/12/14/caso-suarez-archiviazione-figc/?fbclid=IwAR2jf_S8up2h-rLkd_wvpeexpCPhK1kbWgC3GPRsizaSv3_-5xf0en_90-Q che comunque ho ripostato anch’io. Si legge in questo articolo: «La Procura Federale, su conforme parere della Procura Generale dello Sport, ha disposto nei giorni scorsi l’archiviazione “allo stato degli atti” del procedimento relativo all’indagine della Procura della Repubblica di Perugia sull’esame del calciatore Suarez volto ad ottenere la cittadinanza italiana, in attesa della trasmissione di eventuali ulteriori atti di indagine e/o processuali dalla competente Autorità Giudiziaria». Già questo “allo stato degli atti” non lascia assolutamente intendere che la questione sia chiusa ma vi è di più, l’articolo continua:  «Dalla documentazione ricevuta dalla Procura della Repubblica di Perugia – si legge in una nota ufficiale pubblicata dalla Federcalcio – non sono emersi elementi sufficienti per ritenere provate condotte illecite rilevanti nell’ambito dell’ordinamento federale sportivo di dirigenti o comunque tesserati, unici soggetti sottoposti alla Giustizia Sportiva ai sensi del vigente C.G.S.».

Ciò significa solo una cosa: che ammesso e non concesso che ci siano state ed è tutto da verificare, ricordiamolo che ci vuole un processo per stabilire certe cose,  condotte illecite intese a favorire la Juve al fine di tesserare Suarez, esse sono state, allo stato degli atti, condotte da persone non tesserate e quindi la Juve dal punto di vista sportivo/disciplinare non rischierebbe niente. Ovviamente ciò è stato fonte di grande godimento e di scherno nei miei confronti da parte dei soliti juventini frequentatori della mia pagina che hanno incominciato ad attaccarmi. A loro ci tengo a dire immediatamente che non ho mai scritto da nessuna parte che la Juve rischiasse chissà cosa, al massimo una multa e qualche punto di penalizzazione ma niente di più considerando che Suarez nella Juve non ci ha mai giocato e comunque anche se non gli succede niente state tranquilli, dormo lo stesso. A prescindere, il punto di domanda è il seguente: siamo sicuri che i gli unici soggetti sottoposti alla Giustizia Sportiva siano i tesserati? A mio parere no. Recita il comma 7 dell’art. 32 CGS: “La violazione delle norme federali in materia di tesseramenti, compiuta mediante falsa attestazione di cittadinanza, costituisce illecito disciplinare. Le società nonché i loro dirigenti, tesserati, soci e non soci di cui all’art. 2, comma 2, che compiano direttamente o tentino di compiere ovvero consentano che altri compiano atti volti ad ottenere attestazioni o documenti di cittadinanza falsi o comunque alterati al fine di eludere le norme in materia di ingresso in Italia e di tesseramento di calciatori extracomunitari, ne sono responsabili applicandosi le sanzioni di cui ai successivi commi 8 e 9”. Recita l’art. 2, comma 2, CGS: “Il Codice si applica, altresì, ai soci e non soci cui è riconducibile, direttamente o indirettamente, il controllo delle società, alle persone comunque addette a servizi delle società stesse e a coloro che svolgono qualsiasi attività all’interno o nell’interesse di una società o comunque rilevanti per l’ordinamento federale”. Per concludere quindi possiamo dire che se si scopre che alcune persone, anche non tesserate, abbiano svolto per la Juve un ruolo importante nel tentato tesseramento di Suarez come calciatore comunitario, la Juve ne sarà responsabile oggettivamente. Stessa cosa se invece si scopre che dirigenti o comunque tesserati sapevano dell’esame farsa e abbiano lasciato che il tutto andasse avanti. Non occorre quindi che ad agire per la Juve siano soggetti tesserati perché si possa agire anche dal punto di vista disciplinare nei suoi confronti. Non convengo quindi con quanto ha detto Gravina che sarà anche il Presidente della FIGC ma di certo non è un giudice sportivo. Ritorno a ribadire che nella peggiore delle ipotesi la Juventus come società dal punto di vista sportivo rischia una multa e qualche punto di penalizzazione che, considerando il campionato e la posizione che occupa in classifica in questo momento, sarebbero a dir poco irrilevanti, di certo non saranno i due punti di penalizzazione a fargli perdere lo scudetto. Chiudo questo articolo con quanto scritto (meglio) in questo articolo  https://www.gazzetta.it/Calcio/Serie-A/Juventus/14-12-2021/juve-procura-figc-archivia-per-ora-l-inchiesta-sull-esame-farsa-suarez-430452059662.shtml : “La nota (della FIGC n.d.r.) comunque non esclude possibili altri sviluppi “in attesa della trasmissione di eventuali ulteriori atti di indagine e/o processuali dall’Autorità Giudiziaria”. Buona serata, l’Inter ha giocato venerdì, la Juve ha giocato sabato, oggi potete passare la serata a scannarvi sulla mia pagina, perdonatemi se non vi risponderò, io preferisco vedermi Milan Napoli.

Il caso Suarez, cosa rischia la Juve.

Molti mi hanno chiesto tramite messanger ma anche semplicemente sulla pagina cosa rischia la Juve per i fatti recenti inerenti il tesseramento del giocatore uruguayano Suarez. Faccio alcune premesse:

1) tutti quanti voi sapete la storia dell’esame truccato del giocatore uruguayano Suarez e quindi è inutile ripeterla;

2) in data 11.06.2019 il CGS è stato riformato per l’ennesima volta;

3) è assolutamente inutile quindi che mi mettiate in mezzo nei commenti e nel futuro il caso Recoba, stiamo fra il fotte sega e lo sti cazzi, le regole nel frattempo sono cambiate 150.000 volte, il CGS è stato riformato tante volte, non mi scocciate perché non vi risponderò nemmeno;

4) le indagini sono ancora in atto, è quindi molto presto per tirare delle conclusioni definitive, i processi sia quelli sportivi che quelli penali si devono ancora incardinare, il mio è un discorso prettamente ipotetico allo stato degli atti.

Per quanto riguarda in particolare la premessa sub 3), vi rendo edotti di una cosa: fino al 1981 il reato di violenza sessuale era un reato non contro la persona ma contro la morale pubblica. Il tutto portava a far si che se il pubblico scandalo veniva in qualche modo riparato non c’era più reato. Come si poteva riparare a tale scandalo? Semplice, sposandosi la violentata. In altre parole, se violentavi una ragazza e poi, semplicemente, dopo, accettavi di sposartela, il reato di violenza sessuale era estinto. Premettendo che le famiglie 40 anni fa spingevano le ragazze a sposare il suo violentatore ponendo queste ad una seconda violenza, è indubbio che c’è stata di fatto una disparità di trattamento fra chi nel 1980 ha violentato una donna e poi se l’è sposata estinguendo il reato stesso e chi invece ha fatto la stessa cosa nel 1982 quando il matrimonio riparatore previsto fino al 1981 dall’art. 544 C.p. era stato abolito. E adesso che vogliamo fare? Chi ha violentato una donna prima del 1981 e poi se l’è pure sposata perpetrando nei confronti della donna una seconda violenza e riparando così al reato di violenza sessuale gli è andata bene, chi lo ha fatto dopo il 1981 gli è andata male. E quindi? Così è se vi piace. Il diritto si evolve e ciò che un tempo non era considerato reato dopo è diventato reato e viceversa. Fare raffronti fra il caso Recoba e il caso Suarez è assolutamente inutile. Di esempi sul diritto che si evolve ne potrei fare centinaia. Volete un altro esempio? A disposizione: ai tempi degli antichi romani, secoli prima che Giulio Cesare passasse il Rubicone pronunciando la famosa frase “il dado è tratto”, gli interessi sui prestiti erano del 100% su base annua e se il debitore non pagava, il creditore aveva il diritto di imprigionare il proprio debitore, condurlo nelle proprie prigioni e li costringerlo a lavorare fino all’estinzione del debito. Adesso tutto ciò si chiama reato di usura, rapimento di persona e riduzione in schiavitù. Bene, e adesso che vogliamo fare? Nessun avvocato, nessun difensore direbbe, per difendere chi oggi si macchia di tali reati, che invece nel sesto secolo avanti cristo tutto ciò era consentito. Non avrebbe alcun senso. Quindi è inutile che mi mettiate sullo stesso livello il caso Recoba e il caso Suarez. Sono passati all’incirca 20 anni fra i due episodi. Nel frattempo, se la memoria non mi inganna, il CGS è stato riformato quattro volte e quindi sarebbe come mettere sullo stesso piano un banchiere romano del sesto secolo avanti cristo che oggi sarebbe un usuraio con una banca attuale o un caso di violenza carnale avvenuto negli anni settanta in cui il violentatore se l’è cavata sposandosi la vittima con un caso di violenza sessuale attuale in cui il violentatore si è preso 12 anni. Fatta questa dovuta premessa e ricordandovi ancora che è assolutamente inutile che mi mettiate sullo stesso livello il caso Recoba con il caso Suarez e ricordandovi che il CGS è stato riformato ancora nel giugno del 2019, andiamo a vedere cosa adesso prevede. A riguardo quello che prima era previsto all’art. 8, comma 6 CGS e dopo la susseguente riforma all’art. 10 comma 6 CGS, adesso lo troviamo con ulteriori modifiche all’art. 32 comma 7 che recita cosi:” La violazione delle norme federali in materia di tesseramenti, compiuta mediante falsa attestazione di cittadinanza, costituisce illecito disciplinare. Le società nonché i loro dirigenti, tesserati, soci e non soci di cui all’art. 2, comma 2, che compiano direttamente o tentino di compiere ovvero consentano che altri compiano atti volti ad ottenere attestazioni o documenti di cittadinanza falsi o comunque alterati al fine di eludere le norme in materia di ingresso in Italia e di tesseramento di calciatori extracomunitari, ne sono responsabili applicandosi le sanzioni di cui ai successivi commi 8 e 9. Alle stesse sanzioni soggiacciono le società, i dirigenti e i tesserati qualora alle competizioni sportive partecipino calciatori sotto falso nome o che comunque non abbiano titolo per prendervi parte”.   

Allora, leggendo il tenore dell’articolo ed in particolare di ciò che ho avuto la accortezza di mettere in grassetto e di sottolineare possiamo affermare un paio di concetti:    

1) Si tratta di un illecito a consumazione anticipata che va a punire tutti gli atti volti al raggirare le regole sul tesseramento dei giocatori extracomunitari;
2) Conseguenza del punto 1), che poi il tesseramento non c’è e il giocatore viene scoperto prima e non gioca mai una partita nella squadra che ha tentato di raggirare le regole per tesserarlo, è irrilevante.

Fatte queste dovute premesse e chiedendovi gentilmente di non rimettermi in mezzo il caso Recoba, sono passati 20 anni, all’epoca queste regole non c’erano, cerchiamo di capire cosa potrebbe rischiare la Juventus e Paratici se tutte queste voci e questi sospetti venissero confermati a seguito di un processo sportivo.

Partiamo da un presupposto base: per il momento non sappiamo niente, può anche essere che l’Università di Perugia abbia deciso di sua spontanea volontà di regalare l’idoneità linguistica a Suarez per magari dopo chiedere dei vantaggi alla Juventus o chissà cosa ma seguiamo pure la tesi accusatoria e diciamo che Paratici o chi per lui si sia adoperato affinché l’esame di Perugia fosse una presa in giro. Diciamo che seguendo la tesi accusatoria, Paratici, stando anche a ciò che si legge adesso in giro riguardo ad una telefonata fra Paratici e il Rettore della Facoltà degli stranieri di Perugia, abbia in qualche modo fatto pressioni per far si che Suarez passi l’esame di abilitazione linguistica. Diciamo che quindi ma ricordiamolo è un discorso prettamente ipotetico ed io i processi non li faccio, al più li commento, Paratici abbia posto in essere atti volti a raggirare le norme sul tesseramento. Cosa rischia lui e cosa rischia la Juve? Ce lo dice il proseguo dell’art. 37 ai commi 8 e 9, andiamo a leggerli.

Incominciamo dal comma 9, capiamo cosa rischia Paratici e tutti i massimi dirigenti della Società bianconera che, stando a quello che dice Calciomercato.com in questo articolo

https://www.calciomercato.com/news/procura-di-perugia-per-suarez-un-esame-farsa-indagati-anche-i-di-64193

si sono attivati per far avere la cittadinanza italiana a Suarez e raggirare mediante un esame farsa le norme sul tesseramento di Suarez.

Il comma 9 dell’art. 32 CGS recita testualmente: “ I dirigenti, i tesserati delle società, i soci e non soci di cui all’art. 2, comma 2, riconosciuti responsabili dei fatti di cui al comma 7, sono puniti con la sanzione dell’inibizione o della squalifica per un periodo non inferiore a due anni”.  

Premettendo che, giusto per completezza, i “non soci” di cui all’art. 2 comma 2 CGS altro non sono che le persone che anche se non risultano negli organigrammi delle Società sono comunque a loro riconducibili, tutti coloro che risulteranno aver in qualche modo agito affinché venissero aggirate le norme sui tesseramenti dei calciatori extracomunitari, in questo caso facendogli avere la cittadinanza italiana a seguito di un esame farsa, rischiano la squalifica o comunque l’inibizione per un periodo non inferiore a due anni. Che cos’è l’inibizione o meglio cosa comporta, ce lo dice il comma due dell’art. 9 CGS: “La sanzione della inibizione temporanea comporta in ogni caso: a) il divieto di rappresentare la società di appartenenza in attività rilevanti per l’ordinamento sportivo nazionale e internazionale; b) il divieto di partecipare a qualsiasi attività degli organi federali; c) il divieto di accesso agli spogliatoi e ai locali annessi, in occasione di manifestazioni o gare calcistiche, anche amichevoli, nell’ambito della FIGC con eventuale richiesta di estensione in ambito UEFA e FIFA; d) il divieto di partecipare a riunioni con tesserati o con agenti sportivi, fatto salvo quanto previsto al comma 1, lett. h)”. Il comma 1 lettera h sempre ovviamente dell’art. 9  CGS afferma che “I soggetti colpiti da tale inibizione possono svolgere, nel periodo in cui la sanzione viene scontata, attività amministrativa nell’ambito delle proprie società nonché partecipare e rappresentare, anche con l’esercizio del diritto di voto, la propria società nelle assemblee della lega di competenza relativamente a questioni di natura patrimoniale poste all’ordine del giorno della assemblea” .

Sperando di essere stati chiari, andiamo invece a vedere cosa rischia la Juventus se questo impianto accusatorio dovesse essere confermato a seguito dei processi sia sportivi che penali.

Ce lo dice il comma 8 dell’art. 32 CGS:” Nell’ipotesi di cui al precedente comma, se viene accertata la responsabilità della società ai sensi dell’art. 6, commi 2 e 3, il fatto è punito, a seconda della gravità, con le sanzioni di cui all’art. 8, comma 1, lettere c), g), h), i), mentre se viene accertata la responsabilità diretta della società ai sensi dell’art. 6, comma 1 il fatto è punito, a seconda della gravità, con le sanzioni all’art. 8, comma 1, lettere g), h), i).

Mettiamo subito in chiaro cosa dice l’articolo 6 CGS ai commi 1, 2 e 3. Cominciamo dai commi 1 e 2che dicono:”La società risponde direttamente dell’operato di chi la rappresenta ai sensi delle norme federali”. Quindi se a commettere un illecito è un dirigente si avrà la responsabilità diretta con le sanzioni previste all’art. 8, comma 1 g), h) e i) ma, come appunto meglio specificato al comma 2 del medesimo articolo,” La società risponde ai fini disciplinari dell’operato dei dirigenti, dei tesserati e dei soggetti di cui all’art. 2, comma 2.

In altre parole, la società risponde sempre dell’operato dei propri tesserati non solo dei propri dirigenti. Tanto è vero che poi leggiamo al comma 3 del medesimo articolo:”Le società rispondono anche dell’operato e del comportamento dei propri dipendenti, delle persone comunque addette a servizi della società e dei propri sostenitori, sia sul proprio campo, intendendosi per tale anche l’eventuale campo neutro, sia su quello della società ospitante, fatti salvi i doveri di queste ultime”.

Come affermato al comma 8 dell’art. 32 CGS in questo caso, trattasi di responsabilità oggettiva, quella di Meani in calciopoli per intenderci. In caso di responsabilità oggettiva la società può essere punita con una sanzione prevista all’art. 8, comma 1, lettere c), g), h), i) CGS. Considerando Paratici comunque un dirigente, le sanzioni a cui andrebbe incontro la Juventus se l’impianto accusatorio venisse dimostrato e sia chiaro: ci vogliono i processi per dimostrarlo, staremo quindi a vedere, dovrebbero essere quelle previste solo dalle lettere g), h) e i) ma noi, per completezza, mettiamoci pure la lettera c).

Allora, la lettera c) prevede come sanzione da infliggere alla società l’ammenda con diffida. Siccome Paratici e gli altri personaggi che pare che siano coinvolti, stando a quello che si legge sul web, sono comunque dirigenti, la Juve dovrebbe nel caso rispondere per responsabilità diretta e dovrebbe subire, a seconda della gravità del fatto così come sarà eventualmente definita nelle sedi opportune e non da me,  una delle seguenti sanzioni:

g) penalizzazione di uno o più punti in classifica; se la penalizzazione sul punteggio è inefficace in termini di afflittività nella stagione sportiva in corso è fatta scontare, in tutto o in parte, nella stagione sportiva seguente;

h) retrocessione all’ultimo posto in classifica del campionato di competenza o di qualsiasi altra competizione agonistica obbligatoria; la retrocessione all’ultimo posto comporta comunque il passaggio alla categoria inferiore;

i) esclusione dal campionato di competenza o da qualsiasi altra competizione agonistica obbligatoria, con assegnazione da parte del Consiglio federale ad uno dei campionati di categoria inferiore.  

Premettendo che per quanto grave ed incresciosa possa essere la vicenda Suarez, l’Università italiana non ci ha fatto proprio una bella figura, diciamoci la verità, di fatto Suarez non è mai stato tesserato nella Juve e con la Juve non ci ha mai giocato una partita quindi è mio parere del tutto personale che la Juve nella peggiore delle ipotesi dovrebbe comunque cavarsela con molto poco, forse un paio di punti di penalizzazione e nulla più da scontare in questa o al più nella prossima stagione mentre qualche dirigente come Paratici, potrebbe prendersi una inibizione che in teoria dovrebbe essere di due anni ed in pratica durerà molto meno. Personalmente, per la legge del contrappasso, sarei felice se alla Juve gli togliessero i tre punti ottenuti a tavolino contro il Napoli, quella è un’altra vicenda di cui vorrei parlare, la prossima volta però.    

Discutendo del più e del meno con Umberto Chiarello: L’arbitro Pairetto Jr può arbitrare?

Salve a tutti, molti di voi forse non lo sapranno ma ultimamente ho avuto il piacere di essere stato in un paio di circostanze ospite telefonico di una trasmissione radiofonica sull’emittente Radio Punto Nuovo condotta dal giornalista sportivo Umberto Chiarello. In queste due circostanze ho avuto il piacere di affrontare diversi argomenti con lui inerenti in particolare Calciopoli. Premettendo che è difficilissimo affrontare ed esporre in maniera seria e completa temi come Calciopoli in 10 minuti (quelli sono i tempi), durante i miei interventi si sono toccati diversi argomenti e su alcuni di questi ho deciso di scrivere degli articoli. Il primo argomento che intendo affrontare e di cui si è parlato in questa trasmissione è se sia giusto o no che Pairetto jr, figlio di Pierluigi, possa arbitrare.

Mettiamo subito in chiaro un concetto di fondo: se c’è un posto nel mondo del  lavoro dove la raccomandazione non serve a niente o quasi, quello è il mondo del calcio.
A nessun tifoso credo che possa interessare il cognome del giocatore, se non sai giocare a pallone, se fai perdere la tua squadra, se non sei all’altezza della maglia che indossi, della storia della tua squadra, della categoria della squadra in cui militi e degli obiettivi che questa squadra si è prefissato, in questa squadra non ci puoi stare. Un esempio lampante che credo che valga per tutti è proprio Christian Maldini, figlio di Paolo e nipote di Cesare. Lui ha si avuto la possibilità di giocare nella primavera del Milan ma poi è uscito per quello che è, un modesto giocatore che dopo una modesta esperienza nel campionato maltese è tuttora in forza alla Pro Sesto in Serie D e che tuttora non potrebbe mai giocare neanche nel Milan attuale sebbene possa avere tutte le raccomandazioni di questo mondo. Fatta eccezione poi di Cesare e Paolo Maldini, gli altri figli d’arte, almeno in Italia, si contano oggettivamente sulla punta delle dita di una mano. Possiamo giustappunto citare il figlio di Enrico Chiesa Federico tuttora in forza alla Fiorentina e punto fermo dell’attacco della nostra nazionale e poi? A mente non mi vengono altri giocatori in attività figli d’arte almeno in Italia. In passato possiamo citare Vieri anche se il padre non ha avuto una carriera sullo stesso livello del figlio, i Mazzola, Daniele Conti che comunque non è assolutamente paragonabile al padre Bruno campione del mondo e poco altro. Sempre a proposito di Campioni del Mondo dell’82 possiamo ricordare il figlio di Ciccio Graziani, Gabriele che vanta una modesta carriera nelle serie inferiori e nulla più e a voler esagerare possiamo anche ricordare che il portiere Buffon è parente alla lontana di Lorenzo Buffon. Personalmente non ricordo altri casi noti di figli d’arte poi sicuramente molti calciatori avranno altri parenti che giocano o hanno giocato in passato nelle serie inferiori ma da una breve disamina si può tranquillamente affermare che nel calcio la raccomandazione ha uno scarso valore, ti può al più aiutare ad entrare nelle squadre giovanili di qualche grosso club ma niente di più, poi o il giocatore dimostra di valere oppure finisce in quarta serie.  Le cose cambiano invece un po’ per quanto riguarda gli arbitri. In particolare come non dimenticare Romeo e Gianluca Paparesta, o gli arbitri Pieri Tiziano e il padre Claudio, Rosario Lo Bello figlio di Concetto,  Giovanni Ayroldi  fra gli arbitri di serie B, figlio di Stefano assistente arbitrale e nipote di Nicola per non parlare appunto di Pairetto figlio. Già da questa breve lista fatta sostanzialmente a memoria, sono sicuro che molti di voi sapranno ricordarmi tantissimi altri figli d’arte sia fra i giocatori che fra gli arbitri, possiamo affermare che probabilmente il fenomeno dei figli d’arte è nel calcio più presente fra gli arbitri che fra i giocatori. Sono arbitri raccomandati? È mio parere personale che affermare che non abbiano avuto nessun genere di raccomandazione sia poco credibile. È molto probabile che l’abbiano avuta esattamente come è molto probabile che l’abbiano avuta i figli dei calciatori almeno per entrare nelle giovanili di qualche squadra importante, poi il resto è ovvio che non può che essere merito loro anche perché sarebbe difficile pensare che un figlio d’arte possa giocare o arbitrare in serie A pur essendo totalmente scarso, un aiutino ci potrà pure stare ma per il resto è solo, spero, merito loro. La raccomandazione a mio parere non può funzionare più di tanto nel mondo del calcio dove, soprattutto ad altissimi livelli, l’operato di atleti ed arbitri è quotidianamente sotto l’osservazione di tantissimi spettatori.

Stesso ragionamento che sarà sicuramente fonte di diverse critiche nei commenti, non può che essere fatto  quindi anche per Luca Pairetto che difficilmente potrebbe arbitrare in serie A se fosse un incapace, sarebbe sotto gli occhi di tutti e non potrebbe passarla liscia in un ambiente sottoposto alla critica pesante e severa di migliaia di giornalisti pronti con la lente di ingrandimento ad analizzare il suo operato in ogni suo aspetto. Se fosse un incapace raccomandato ci sarebbero titoloni a carattere cubitali su tutti i giornali. Eppure un motivo per dubitare almeno della sua imparzialità e non, giova ripeterlo, della sua capacità, ci sarebbe. Innanzitutto dobbiamo ricordare quale è stato il principio emerso nelle varie sentenze di calciopoli ossia che l’arbitro è un giudice e quindi, in quanto tale, non può avere rapporti con le parti in causa, non potrebbe per esempio sentirsi al telefono con il presidente di una società di calcio la cui squadra deve arbitrare nelle prossime gare, non dovrebbe avere rapporti di alcun genere con alcuna delle parti in causa, non potrebbe un giudice essere parente o amico di una delle due parti in causa in un processo sia esso penale che civile, non potrebbe ricevere telefonate addirittura su scheda svizzera riservata da una delle parti in causa e via discorrendo, gli esempi che ci ha dato calciopoli sono tantissimi. A questo punto prima di incominciare a porci qualche domanda mi tocca spiegare un concetto di fondo che per i conoscitori del diritto è praticamente come l’alfabeto, non te lo chiedono ma bisogna saperlo, per gli altri invece è giustamente una cosa sconosciuta ma che bisogna conoscere altrimenti non possiamo andare avanti. Tenetevi forte, siete pronti? 3 – 2 – 1 contatto: “IL PRECEDENTE NEL DIRITTO È VINCOLANTE”. Che significa quello che ho detto? Il diritto è pieno di parole che non hanno un significato ben preciso, è pieno di quelli che vengono definiti “concetti valvola”, concetti che poi devono essere i giudici ad interpretare cioè a dargli un significato e ad applicare al caso concreto. Faccio un esempio pratico: che significa “furto aggravato dall’uso del mezzo fraudolento”? Quando il mezzo per portare a termine (perfezionare in giuridichese) un furto può essere considerato fraudolento? Sono queste e tante altre le domande a cui risponde la giurisprudenza con i suoi precedenti. Nel caso specifico la giurisprudenza, ossia l’insieme delle precedenti sentenze ed in particola modo quelle della Cassazione meglio se a Sezioni Unite, ha stabilito che, per esempio, nascondersi nella giacca un pezzo rubato in un supermercato  nella speranza di passare dalla cassa senza essere scoperti non costituisce furto aggravato dal mezzo fraudolento. Questo principio è molto importante, a me sembra una ovvietà ma mi sono reso conto negli anni in cui ho cercato di spiegare le varie sentenze di calciopoli a persone poco avvezze allo studio del diritto, che è invece un concetto che è poco conosciuto e che ha tante applicazioni pratiche e teoriche anche al solo fine di avvicinarci in maniera costruttiva allo studio di Calciopoli. Quando Palazzi, per esempio, nella sua Relazione, per quanto riguarda la posizione dell’Inter e di Facchetti, afferma che “in ordine alla qualificazione delle condotte esaminate come sopra prospettata  […] la Procura, in fattispecie comparabili alla presente, contestò la violazione, in concorso formale, dei previgenti artt. 1 e 6, commi 1 e 2 del C.G.S . […]Di contro, i Giudicanti, nelle decisioni richiamate nell’indice del fascicolo del presente procedimento, ritennero integrata la sola violazione […] dei principi di cui all’art. 1”   vuol dire che la Procura ossia l’accusa, nel processo sportivo Calciopoli, in situazioni simili a quelle di Facchetti, contestò sia la violazione dell’articolo 1 che dell’articolo 6 C.G.S. ma i giudici riconobbero la violazione del  solo articolo 1 CGS e, siccome, come ho detto, IL PRECEDENTE NEL DIRITTO È VINCOLANTE, tutti i casi analoghi successivi devono conformarsi al precedente (capito Cozzolino?). Di conseguenza, un ipotetico processo sportivo contro l’Inter con Facchetti ancora vivo, vedrebbe al più l’Inter condannata per violazione dell’art. 1 CGS ma non certo per violazione dell’art. 6 che è solo di competenza della Juve che che ne dica gente come Marcello Chirico e tutta la compagnia cantante di Ju29ro e Giùlemanidallajuve (ma chi vi tocca). Torniamo a noi, prendiamo per l’ennesima volta la sentenza calciopoli. Cosa ha stabilito? Ha stabilito che l’arbitro e ancora prima chi è designato a nominarli, deve essere in una condizione di terzietà e imparzialità al pari di un qualunque giudice e quindi, di conseguenza, per gli arbitri è stato applicato il medesimo criterio e le stesse regole che sono applicate nei nostri codici di rito nei confronti dei nostri giudici al fine di salvaguardarne la loro terzietà. Nel momento in cui la terzietà dell’arbitro è stata palesemente messa in pericolo infatti, nelle sentenze di calciopoli si è irrogata la sanzione prevista dall’articolo 1 della legge 401/89, il reato di frode sportiva appunto. È appunto stata considerata frode sportiva ogni intromissione da parte di Moggi nella formazione delle griglie al solo fine di inserire all’interno della griglia arbitri o guardalinee “suoi”, lo stesso dicasi per le telefonate convenevoli da parte di Meani a Bergamo al solo fine di far mettere il guardalinee Puglisi notoriamente milanista in una partita del Milan e via discorrendo. È stata considerata frode sportiva ogni azione volta a ledere (rectius a mettere semplicemente in pericolo) la terzietà e imparzialità degli arbitri usando come metro di giudizio, come appunto ho detto prima, lo stesso metro di giudizio che troviamo all’art. 36 del Codice di procedura penale che elenca una serie di situazioni in cui il Giudice ha l’obbligo di astenersi perché non può essere imparziale. Ed ecco quindi che le sentenze di calciopoli, sia pur accettando un minimo di contatto fra le parti in causa per cui l’arbitro può ricevere ad esempio le maglie delle squadre e dei giocatori più importanti, può permettere a fine partita l’ingresso nello spogliatoio per i saluti da parte dei dirigenti delle due squadre scese in campo ( si veda la famosa circolare 7 al punto 4 http://download.ju29ro.com/processo_calciopoli/Circ7_0405.pdf  ), non può di certo essere nominato da chi deve poi essere arbitrato esattamente come nessuno può decidere da solo chi deve essere il giudice che deve decidere su una sua questione sia essa penale o civile. Non può neanche, esattamente come un qualsiasi altro giudice, avere una scheda telefonica riservata con cui comunicare con una delle parti in causa e non può assolutamente sentirsi dire una frase del genere “a me servirebbe di far aumentare il Milan nelle ammonizioni per fare le diffide”(frase detta da Moggi a Racalbuto). A questo punto il dubbio sorge spontaneo: come può un arbitro che ha un fratello che lavora nella Juventus essere terzo e imparziale di fronte a squadre che militano nello stesso campionato in cui milita la Juventus? Se è vero come è vero che il precedente è vincolante (salvo poi eventuali svolte giurisprudenziali dovute all’evoluzione della nostra società, si pensi a titolo di esempio al “comune senso del pudore” che ovviamente si evolve col tempo e con esso la giurisprudenza a riguardo), se è vero che in calciopoli è stato stabilito che l’arbitro e soprattutto chi ha “l’onore e l’onere di designarli” deve trovarsi in una posizione di “autonomia e garanzia di indipendenza di giudizio” (si legga pagina 146 motivazioni della Sentenza di Appello Moggi e altri), come può un arbitro che ha un fratello che lavora all’interno della Juventus essere terzo e imparziale in una partita che vede coinvolta una squadra che magari in qualche modo contende lo scudetto o comunque un obiettivo alla Juventus? Mettiamo subito in chiaro un concetto: io non sto assolutamente affermando che Pairetto abbia arbitrato delle partite in mala fede. Io sto semplicemente affermando che, a mio parere, se si applicasse, come in teoria si dovrebbe fare, ciò che è stato sostanzialmente statuito nelle varie sentenze di calciopoli, ossia che “un direttore di gara che, in quanto tale, ricopre un ruolo di ‘arbitro’ in ogni accezione, ovvero secondo il principio di mantenere una equidistanza necessaria ed ineludibile fra i contendenti che non deve mai venire meno(pagina 103 sentenza di appello Moggi), se si considerasse applicando quanto statuito dalle sentenze penali di calciopoli l’arbitro in ogni sua “accezione” esattamente come se fosse un giudice di un tribunale, se veramente dovessero valere per l’arbitro le stesse regole che valgono per il giudice al fine di preservarne la sua imparzialità, regole che sono statuite all’art. 51 del Codice di procedura civile (C.p.c.) e parimenti ripetute all’art. 36 del Codice di procedura penale (C.p.p.) per cui l’arbitro non può essere amico, parente o avere alcun genere di rapporto con le parti in causa, Pairetto, che ha un fratello che lavora nella Società Juventus, non potrebbe arbitrare in serie A. Personalmente, ma la mia ripeto è un’opinione, non è sufficiente non fargli arbitrare la Juve per garantirgli la sua totale terzietà rispetto alla gara perché comunque la sua terzietà e imparzialità è comunque messa in pericolo perché il fratello lavora in una Società sportiva comunque interessata alle partite che lui arbitra. La mia, sia chiaro, è una mera opinione dovuta al fatto che ho una concezione forse troppo estremista della terzietà e imparzialità che anche nelle sentenze ha subito diverse deroghe rispetto a quella che è la terzietà e imparzialità dei giudici. Facciamo un esempio chiaro in maniera tale che ci possiamo capire. Riprendiamo la famosa “Circolare 7”, quella che permetteva ai Presidenti delle Società di calcio di entrare negli spogliatoi per salutare gli arbitri prima o dopo la partita e di omaggiarli con maglie e altro. Si per carità, in linea del tutto teorica un arbitro non si dovrebbe lasciar corrompere con qualche maglietta ma ricordiamolo che in Calciopoli si sono assistiti a episodi a dir poco anomali dove venivano regalate agli arbitri prima e dopo le partite molte tute e maglie, gadget di tutti i tipi fino ad anche maglioni di Cashmere per non parlare dei Rolex d’oro antecedenti al periodo Calciopoli. Premettendo che una cosa è regalare una maglia che ha più o meno un valore di circa 50€ più il valore intrinseco a volte incalcolabile perché di carattere affettivo che può avere il fatto che sia stata di un determinato calciatore anziché di un altro, un’altra è regalare decine di maglie e tute e in calciopoli è successo e non è stata solo la Juve la protagonista di questi episodi, ma a prescindere, è regolare questa cosa? A mio parere no, a mio parere se l’arbitro è un giudice non dovrebbe mai accettare regali di nessun valore da parte di nessuno. Sarebbe come se gli avvocati, alla prima udienza, prima di incominciare la discussione, regalassero al giudice gagliardetti, penne o altro con il logo del proprio studio legale, una cosa a dir poco inammissibile oltre che inconcepibile.

In teoria dopo Calciopoli, una volta che si è stabilito che l’arbitro è un giudice, certe consuetudini sarebbero dovute essere abrogate. Tutt’ora invece leggiamo all’art. 40, comma 4, lettera m, del Regolamento della Associazione Italiana Arbitri https://www.aia-figc.it/download/regolamenti/reg_aia.pdf che agli arbitri è fatto divieto “di fare o ricevere regali da altri associati, tesserati, società calcistiche che eccedano il modico valore”.   Per esclusione quindi possiamo affermare che un regalo di modico valore sia invece ammissibile, il problema sarebbe quindi stabilire cosa si intenda per “modico valore”. Venti maglie e venti tute sono un modico valore? Chi può dirlo. A mio parere, se è vero che l’arbitro è un giudice, egli non potrebbe accettare nessun regalo a prescindere dal valore. Questo, a mio parere, non è l’unico esempio di terzietà e imparzialità del mondo arbitrale messa in pericolo nel mondo del calcio. Ci sono tanti altri esempi e tante domande da farsi su come sia mai stata applicata poi la Sentenza Calciopoli ed è di questo che cercherò di parlare nel mio prossimo articolo.

Il mobbing nel calcio

Salve a tutti, partiamo da un presupposto base, ieri, primo maggio, la festa dei lavoratori, ho pensato che potesse essere interessante scrivere un articolo su alcuni casi di mobbing avvenuti nella storia del calcio professionistico a danno di alcuni calciatori più o meno noti che sono, ed è bene ricordarlo, comunque dei lavoratori dipendenti. In linea del tutto teorica l’articolo sarebbe dovuto quindi uscire ieri stesso, poi mi sono reso conto che il materiale era tantissimo ed era quindi difficile riuscire a stendere un articolo serio in un solo giorno, vi chiedo scusa quindi per il ritardo. Innanzitutto va detto che di questi casi di mobbing nella storia  del calcio si è avuta notizia, per la quasi totalità, dagli organi della stampa. Ben poche notizie si possono quindi attingere dai canali di comunicazione ufficiale degli organi federali, innanzitutto perché i casi in questione, tranne poche eccezioni, non sono mai approdati alla decisione della giustizia sportiva perché risolti in via transattiva e soprattutto perché, in genere, la federazione ha sempre preferito non dare particolare risalto a vicende che hanno mostrato situazioni di aperto contrasto tra i calciatori e le società. Sono rari quindi i casi in cui la vertenza è stata portata a conoscenza degli organi di giustizia statale a cui comunque le parti possono adire solo dopo aver adito il Collegio Arbitrale così come previsto dalla clausola compromissoria ( da non confondersi con il “Vincolo di giustizia” ) presente nei contratti con gli sortivi professionisti di cui all’art. 4, 5° comma, legge n. 91/1981. Sovente la situazione di contrasto, che degenera in condotta mobbizzante, si colloca temporalmente nella fase immediatamente precedente la scadenza del contratto con la società di appartenenza, fase nella quale il giocatore è coinvolto nella trattativa per il rinnovo contrattuale, mentre al contempo valuta eventuali offerte da parte di altre società. L’abolizione del vincolo sportivo nel calcio professionistico, avvenuta in maniera definitiva con la Sentenza Bosman, ha segnato nei fatti una forte compressione del potere contrattuale della società che, se in precedenza poteva disporre dell’atleta anche senza il suo consenso comprimendone l’autonomia contrattuale, ora subisce sia il potere contrattuale della controparte sia quello delle società concorrenti, laddove sia impegnata in una trattativa diretta o a ridurre l’ingaggio (nel caso ad esempio, di retrocessione ad una serie inferiore) o a contrastare la richiesta da parte del calciatore di un incremento del corrispettivo per il nuovo ingaggio. Ciò si è tradotto in più circostanze in un inasprimento dei rapporti tra giocatore e società che, al fine di recuperare nei fatti il suo potere contrattuale nei confronti del giocatore, è pervenuta a situazioni di vero e proprio abuso di diritto. La presenza di un’altra società, impegnata nella trattativa concorrente per l’acquisto del giocatore, diviene quindi, spesso, elemento decisivo per una soluzione in via transattiva, che soddisfa economicamente sia il giocatore che la società cedente. Giusto per citare i casi più noti che si sono risolti con una transazione extragiudiziale, possiamo ricordare il caso Antonio Cassano che nel corso della stagione 2005/06 ha lamentato di non essere stato utilizzato in campionato e in prima squadra per motivi legati al rinnovo del contratto con la Società A.S. Roma, adducendo danni alla professionalità per perdita di chance connessa alla mancata convocazione in nazionale. Il caso è terminato come ben sappiamo, con un accordo tra la A.S. Roma e il calciatore e il suo successivo trasferimento al Real Madrid.

Un altro caso terminato con un accordo fra il giocatore e la sua società di appartenenza fu quello tra Luis Antonio Jimenez e la Ternana. Luis Antonio Jimenez in forza alla Ternana, dopo una lettera al commissario straordinario Pancalli per ottenere lo svincolo dall’ufficio tesseramenti della Federcalcio e dalla Lega di Serie C, l’attuale Lega Pro, presentò ricorso al giudice del lavoro di Terni, lamentando la sottoposizione da parte del presidente Edoardo Longarini a vessazioni, persecuzioni e demansionamento, sfociati nell’esclusione dalla normale attività sportiva, nella privazione della fascia di capitano e nell’ostracismo anche in sede di allenamento. Tutto ciò apparve al giocatore funzionale all’obbiettivo da parte della società di cederlo alla Lazio che, al fine di raggiungere questo scopo, si dimostrò disposta ad isolarlo e addirittura a minacciargli l’irrogazione di una multa di € 9.500 per aver insultato un compagno di squadra (non so perché ma il tutto mi ricorda il caso Icardi, fate voi). La controversia si risolse con una transazione per il cui tramite Jimenez si  accordò con la Ternana e fu ceduto alla Lazio. Un altro caso noto fu quello tra Vincenzo Iaquinta e l’Udinese. Anche Vincenzo Iaquinta aveva sollevato la stessa questione di Antonio Cassano risolvendola poi in via transattiva e ottenendo la reintegrazione in squadra e la convocazione in nazionale. Un altro caso che si è risolto con una transazione fu quello tra Rodrigo Taddei e il Siena calcio. Taddei intentò un ricorso dinanzi agli organi di giustizia sportiva nei confronti della società calcio Siena lamentando la sua reiterata inutilizzazione da parte della società per un lungo lasso di tempo. L’episodio però fu risolto in via stragiudiziale a seguito del ritiro del ricorso da parte del giocatore.

Altri casi di mobbing patito da alcuni calciatori invece non si è risolto in via stragiudiziale. Tali condotte sono consistite nell’esclusione dalla formazione della prima rosa, nell’impedimento alla partecipazione alle sedute di allenamento, talvolta anche in aggressioni verbali e/o fisiche, sovente nel periodo immediatamente precedente alla scadenza del contratto. Uno dei primi casi che ha avuto grande eco è stato quello che ha visto quali parte coinvolte, da un lato, il calciatore Diego Zanin, e, dall’altro, la società calcistica per la quale lo stesso giocatore era tesserato, AS Montichiari S.r.l. , che, secondo quanto denunciato dal giocatore, aveva attuato sistematicamente nei suoi confronti una condotta persecutoria, assimilabile alla fattispecie di mobbing verticale (ossia da parte dei superiori), con profili sia di bossing che di bullying, fatta di continue umiliazioni, esclusione ingiustificata dal campo di gioco, emarginazione dal resto della squadra incentivata dalla società stessa, furto di oggetti nello spogliatoio e, da ultimo, anche in un episodio di aggressione fisica (mobbing pesante) dal quale il giocatore aveva riportato lesioni, al solo fine di indurlo a ridurre il proprio ingaggio, a seguito della retrocessione della squadra dal campionato di serie C1 a quello di serie C2. La Commissione Disciplinare, chiamata a decidere sulla vicenda, con deliberazione del 21 maggio 2004, riconobbe l’illiceità dei comportamenti attuati dalla società, nonché da parte dell’allenatore. Un altro caso, definito con pronuncia di condanna per mobbing da parte del Collegio Arbitrale della Lega Nazionale Professionisti, è quello che ha coinvolto la società calcistica Catania e tre suoi tesserati, Mattia Bisio, Gianluca Falsini e Armando Pantanelli. I tre giocatori, dopo ben oltre un mese di continua emarginazione dalle sedute di allenamento, promossero ricorso d’urgenza innanzi agli organi federali, per chiedere l’immediato reintegro negli allenamenti della prima squadra. Il Collegio Arbitrale adito a seguito del ricorso presentato il 27 luglio 2007, con decisione del 23 agosto 2007, dopo quasi nove ore di dibattimento, accolse la domanda ritenendo che l’esclusione dagli allenamenti fosse del tutto ingiustificata e rinviò ad altra successiva decisione la quantificazione della misura del risarcimento dovuto. Analogo oggetto rispetto ai casi sopra citati, ma con esito processuale opposto, ha la vicenda che ha coinvolto la società calcistica Cagliari e il suo tesserato Davide Marchini, il quale, dopo il ripetuto allontanamento dal campo di gioco, sia in occasione delle partite che durante gli allenamenti, decise di intentare causa per mobbing avverso la società di appartenenza denunciando anche un atto di aggressione fisica da parte di un compagno di squadra. Questa volta, però, la Procura della F.I.G.C. non sposò la tesi del giocatore ricorrente e dispose per ben due volte l’archiviazione del caso. Altri casi, balzati all’onore delle cronache, di mobbing nell’ambito del calcio, sono stati quelli di Fabio Rustico contro la società Atalanta Bergamasca Calcio, Lorenzo Mattu contro la AS Latina Calcio S.p.A., Leo Criaco contro la società del Benevento Calcio. Nel 2010 anche il portiere del Cagliari Federico Marchetti, ha denunciato la società per mobbing (esclusione sistematica dalla formazione titolare) chiedendo la risoluzione del contratto ed un risarcimento per i danni subiti.  Nel dicembre del 2009 Goran Pandev ottenne lo svincolo dalla Lazio ed un risarcimento mentre diversa sorte toccò a Ledesma che fu reintegrato in squadra. In entrambi i casi, i giocatori avevano denunciato il comportamento di continua esclusione da parte della società sia dagli allenamenti che dalla formazione titolare perché non avevano accettato di prolungare il contratto che sarebbe andato in scadenza l’anno successivo. Anche in Serie C, dove i casi sono numerosi ma meno noti, tre giocatori: Fattori, Corrent e Oshadogan, tutti con un passato in Serie A, ottennero la risoluzione del contratto e i danni, mentre nel 2009 Millesi del Catania anziché ricorrere al Collegio Arbitrale si accordò per il passaggio ad altra squadra. Questi sono solo i casi più importanti di mobbing nella storia del calcio, mi rendo conto che su ogni singolo caso si potrebbe scrivere una miriade di articoli e non è improbabile che possa incominciare a farlo considerando quasi completamente chiuso, almeno per me, il capitolo calciopoli a cui dedicherò prossimamente giusto qualche altro articolo di chiusura. Buona giornata

CASO ICARDI: C’È MOBBING?

Delle vicissitudini di Icardi negli ultimi 6 mesi all’Inter ne abbiamo tutti quanti sentito parlare. Ognuno si è fatto le proprie idee sulla base di quello che pensa che sia successo realmente. Nella realtà dei fatti nessuno sa cosa sia successo realmente. Nessuno sa, ad esempio, se quando gli è stata revocata la fascia di capitano gli sia stata data una motivazione, nessuno sa se è stato un provvedimento disciplinare o una scelta tecnica, si suppone che sia stato un provvedimento disciplinare forse dovuto ad un suo ritardo nel presentarsi ad un allenamento o forse dovuto a frasi dette dalla moglie in una trasmissione sportiva ma nella realtà dei fatti nessuno lo sa. Sappiamo di sicuro che per un certo periodo di tempo, immediatamente dopo che gli è stata tolta la fascia di Capitano non ha giocato lamentando presunti infortuni, francamente non so neanche se avvalorati o meno da certificati medici. Altri dicono che invece sia stato Spalletti che gli abbia pure impedito di giocare. Ognuno, per carità, si è fatta la sua idea e io attendo con fiducia che qualcuno un giorno mi dia la versione ufficiale. Intanto il 14 luglio è comparso un tweet di Pistocchi,   https://twitter.com/pisto_gol/status/1150373504753295360

che recita testualmente “Secondo un caro amico, esperto nella materia, con Icardi l’Inter rischia una vertenza legale per mobbing: il diritto del lavoro è uno dei punti di forza dello studio Nicoletti che assiste il calciatore”.

È possibile che nel comportamento della società Inter nei confronti di Icardi si possano ravvisare gli estremi del mobbing? Premettendo o meglio, ricordando che nessuno sa effettivamente come si sia comportata la Società nei confronti del calciatore in questi mesi antecedenti l’arrivo di Lukaku,  lo scopo di questo articolo sarà appunto il seguente: spiegare più o meno sommariamente cos’è il mobbing in generale e nel calcio in particolare affinché poi ognuno possa giungere alle sue conclusioni.

Allora, cominciamo col dire che per quanto si possa parlare di professionismo nel calcio, il calciatore è un lavoratore dipendente alla stregua di un qualsiasi impiegato o operaio, né più e né meno. Lavoratore dipendente la cui attività lavorativa, in quanto espressione della sua personalità e strumento di sua realizzazione come per ciascun individuo, costituisce non soltanto un obbligo ma un diritto tutelato dall’ordinamento giuridico. La sottovalutazione o la mancata utilizzazione della sua prestazione che costringe il lavoratore subordinato a rimanere, in parte o in tutto, inattivo, rappresenta quindi motivo di richiesta di risarcimento del danno inteso sia come danno alla professionalità, depauperata a causa del mancato esercizio delle mansioni, che come danno alla personalità e alla salute del lavoratore, genericamente compreso nel c.d. danno biologico. A riguardo la Cassazione, con la Sentenza n. 10 del 2 gennaio 2002 ha affermato che la negazione o l’impedimento allo svolgimento delle mansioni, al pari del demansionamento professionale, ridondano in lesione del diritto fondamentale alla libera esplicazione della personalità del lavoratore anche nel luogo di lavoro, determinando un pregiudizio che incide sulla vita professionale e di relazione dell’interessato. Tale pregiudizio a parere della Cassazione ha una indubbia  dimensione patrimoniale per cui è suscettibile di risarcimento e di valutazione anche in via equitativa.
Che cos’è il demansionamento?  È quando, per esempio, ti assumono per fare la collaboratrice in uno studio legale in quanto possiedi determinati requisiti come ad esempio una laurea in giurisprudenza e poi ti mettono a pulire i cessi e a portare i caffè dal bar con conseguente riduzione anche degli emolumenti (esperienza realmente accaduta ad una mia amica). Anche l’atleta professionista, come qualunque altro lavoratore dipendente, deve essere messo in grado di rendere la propria prestazione, partecipando agli allenamenti, ai ritiri e ad ogni iniziativa assunta dalla società di appartenenza in vista dello svolgimento delle competizioni. Ma ciò cui ogni atleta ha maggiormente diritto è il partecipare alle singole gare, che costituisce lo specifico oggetto della prestazione cui lo stesso si obbliga contrattualmente. Esiste, infatti, un evidente interesse dell’atleta a rendere la prestazione, poiché solo in tal modo può dimostrare la sua abilità ed acquistare prestigio e valore sul mercato. Interesse che può trovare limite semplicemente in esigenze di ordine tecnico, e cioè in ragione di valutazioni tecniche o tattiche, di volta in volta effettuate dall’allenatore che, negli sport collettivi, provvede alla formazione della squadra da schierare in campo. In mancanza di tali valutazioni, una forzata, prolungata ed ingiustificata, inattività, soprattutto per i campioni di chiara fama, si traduce in un danno di immagine e di valore che può legittimare la richiesta del relativo risarcimento oltre che la domanda di risoluzione del contratto. Nel calcio, il diritto allo svolgimento dell’attività lavorativa è riconosciuto dal 1° comma dell’art. 91 delle N.O.I.F. che stabilisce che le società, in relazione alla Serie di appartenenza, sono tenute ad assicurare a ciascun tesserato lo svolgimento dell’attività sportiva con l’osservanza dei limiti e dei criteri previsti dalle norme federali per la categoria di appartenenza in conformità al tipo di rapporto instaurato col contratto o col tesseramento. Il 1° comma dell’art. 7 dell’Accordo Collettivo dei calciatori di Serie A ma disposizione analoghe le troviamo anche negli altri accordi collettivi dei calciatori delle serie inferiori e più in generale in tutti gli sport professionistici, stabilisce che “La Società fornisce al Calciatore attrezzature idonee alla preparazione e mette a sua disposizione un ambiente consono alla sua dignità professionale. In ogni caso il Calciatore ha diritto di partecipare agli allenamenti e alla preparazione precampionato con la prima squadra” salvo il caso di provvedimenti di carattere disciplinare per illecito contrattuale attuati dalla società stessa. Il comma successivo stabilisce inoltre che “salvo i casi di malattia od infortunio accertati, il Calciatore deve partecipare a tutti gli allenamenti nelle ore e nei luoghi fissati dalla Società, nonché a tutte le gare ufficiali o amichevoli che la Società stessa intenda disputare tanto in Italia quanto all’estero”. Vanno, inoltre, ricordate le disposizioni contenute nell’art. 10 dell’Accordo Collettivo dei calciatori di Serie A e contenute anche negli altri accordi collettivi, che dispongono che “Il Calciatore deve adempiere la propria prestazione sportiva nell’ambito dell’organizzazione predisposta dalla Società e con l’osservanza delle istruzioni tecniche e delle altre prescrizioni impartite per il conseguimento degli scopi agonistici. Il Calciatore è tenuto ad osservare strettamente il dovere di fedeltà nei confronti della Società. Il Calciatore deve evitare comportamenti che siano tali da arrecare pregiudizio all’immagine della Società. Le prescrizioni attinenti al comportamento di vita del Calciatore sono legittime e vincolanti, previa accettazione delle stesse da parte del Calciatore, accettazione che non potrà essere irragionevolmente rifiutata, soltanto se giustificate da esigenze proprie dell’attività professionistica da svolgere, salvo in ogni caso il rispetto della dignità umana. Il Calciatore deve custodire con diligenza gli indumenti ed i materiali sportivi forniti dalla Società e si impegna a rifondere il valore degli stessi se smarriti o deteriorati per sua colpa. Il Calciatore non ha diritto di interferire nelle scelte tecniche, gestionali e aziendali della Società”. Tale ultima disposizione trova un parallelo nella norma contenuta nell’art. 4, comma 4 della legge n. 91/1981 secondo cui “Nel contratto individuale dovrà essere prevista la clausola contenente l’obbligo dello sportivo al rispetto delle istruzioni tecniche e delle prescrizioni impartite per il conseguimento degli scopi agonistici”. Queste disposizioni, presentano un contenuto sufficientemente ampio, tale da rappresentare, se violate, un qualcosa che vada al di la del semplice inadempimento contrattuale e possono rappresentare, se accompagnate da i requisiti della frequente ricorrenza, della durata, della vessatorietà e dell’incisività una vera e propria condotta di mobbing.  Il termine mobbing deriva dal verbo to mob, che in inglese assume diversi significati, tra i quali, in particolare, quello di assalire, malmenare o aggredire e serve per qualificare il comportamento aggressivo e ostile posto in essere da un branco nei confronti di un singolo componente del gruppo, al fine specifico di provocarne l’allontanamento. In questo significato, mediante adattamento all’area delle relazioni umane, in specie, nell’ambito lavorativo, il termine mobbing è entrato nel linguaggio comune. La dottrina e la giurisprudenza hanno contribuito alla definizione di mobbing. L’ho spiegato tante volte ma giova sempre ripeterlo: la dottrina è ciò che dicono gli studiosi, la giurisprudenza sono l’insieme delle sentenze, in particolar modo quelle della Cassazione. Cominciamo col dire cosa ha detto la dottrina. Secondo H. Leymann, che fu tra i primi studiosi del fenomeno, il mobbing può essere definito come “una forma di terrorismo psicologico che implica un atteggiamento ostile e non etico, posto in essere in forma sistematica da una o più persone nei confronti di un solo individuo, il quale, a causa del mobbing, viene a trovarsi in una condizione indifesa e fatto oggetto di una serie di iniziative vessatorie e persecutorie”. In Italia, il fenomeno del mobbing è stato tra i primi indagato a fondo da H. Ege, che lo ha definito quale “un’azione, o una serie di azioni, che si ripete per lungo tempo, compiuta da uno o più mobber per danneggiare qualcuno quasi sempre in modo sistematico e con uno scopo preciso”. Tale scopo, consiste in ultima analisi nell’annientamento sociale e professionale del mobbizzato. Come si può quindi facilmente intuire, il mobbing si caratterizza per l’eterogeneità dei comportamenti che possono configurare la fattispecie. L’elemento qualificatore va identificato nella unità della fonte di provenienza e nella costanza e reiterazione nel tempo dei comportamenti vessatori. La reiterazione nel tempo è utile a distinguere la situazione di semplice conflitto da quella invece ascrivibile a vero e proprio mobbing. Un ulteriore elemento qualificatore è rappresentato poi dallo scopo cui le azioni devono tendere, al fine di poter configurare la fattispecie del mobbing. Non ogni azione, o serie di azioni, di per se vessatorie, sono identificabili nel mobbing, bensì soltanto quelle che hanno una finalità distruttiva della personalità morale e dello status professionale della vittima. Le condotte consistenti in mobbing conducono infatti il mobbizzato ad abbandonare il posto di lavoro, con ricadute sul piano economico, nonché sul piano della serenità affettiva. A causa del mobbing, la vittima sovente cade in uno stato depressivo che può condurlo, in casi estremi, al suicidio. La dottrina maggioritaria, sulla scia degli insegnamenti di H. Ege, ha individuato cinque requisiti che una fattispecie, all’esame dell’interprete, deve presentare per poter essere considerata mobbing. Tali requisiti sono:

  1. a) il luogo in cui la condotta è attuata, che corrisponde al luogo di lavoro;
  2. b) la strategia persecutoria, vale a dire l’intenzionalità che deve ispirare la condotta mobbizzante
  3. c) l’andamento in fasi successive;
  4. d) la modalità vessatoria;
  5. e) la frequenza e la durata, che vanno considerate in stretta relazione tra loro.

Con riguardo all’elemento rappresentato dall’andamento in fasi successive, va osservato che il mobbing non consiste in una situazione accertabile in un singolo dato momento, ma è un processo in continua evoluzione. Sulla base dei risultati prodotti dagli studi nel campo della psicologia del lavoro, è possibile distinguere quattro fasi fondamentali, che rappresentano l’evoluzione cronologica del comportamento ascrivibile nel suo complesso al mobbing. Queste fasi sono denominate:

1) conflitto latente;

2) conflitto mirato;

3) conflitto pubblico;

4) esclusione anticipata dal mondo del lavoro.

La prima fase è quella in cui il soggetto è coinvolto in piccoli contrasti quotidiani sul luogo di lavoro.  La seconda fase è quella in cui la situazione di contrasto non ha più carattere occasionale, ma converge in un conflitto vero e proprio ed è in questa fase che generalmente compaiono i primi sintomi di malessere. La terza fase è quella in cui la situazione conflittuale diviene di pubblico dominio, e si determina un aggravante dello stato di malessere della vita sul piano psicofisico, che può tradursi in ripetute e prolungate assenze per malattia, con conseguente riduzione quantitativa e qualitativa della prestazione di lavoro. L’ultima fase, infine, è quella in cui si realizza il definitivo allontanamento dal posto di lavoro, mediante dimissioni o licenziamento, o altro sistema equivalente. Riportando il tutto al contesto sociale italiano, che si caratterizza per un particolare ruolo assegnato alla famiglia rispetto alle società nord europee, gli interpreti hanno ampliato tale modello, mediante la previsione di altre due fasi, che si inseriscono fra la terza e la quarta fase nelle quali rilevano anche i disturbi, conseguenti al mobbing, incidenti nella vita privata e familiare. La Giurisprudenza invece, con la sentenza della Corte Costituzionale 10-19 dicembre 2003, n. 359, ha definito il mobbing come “un complesso fenomeno consistente in una serie di atti o comportamenti vessatori, protratti nel tempo, posti in essere nei confronti di un lavoratore da parte dei componenti del gruppo di lavoro in cui è inserito o dal suo capo, caratterizzati da un intento di persecuzione ed emarginazione finalizzato all’obiettivo primario di escludere la vittima dal gruppo”. Nella definizione della Consulta emergono, quindi, i tratti caratteristici del mobbing, cioè la sistematicità e durata nel tempo delle azioni vessatorie, nonché il fine persecutorio diretto alla emarginazione dal gruppo di lavoro. Le pratiche vessatorie che inducono altri all’allontanamento  dal posto di lavoro, possono essere caratterizzate sia da violenza morale che fisica. La dottrina, infatti, a riguardo, distingue tra mobbing leggero, nel quale il comportamento vessatorio si esprime mediante atti silenziosi e non palesi, difficilmente dimostrabili, tendenti al progressivo isolamento della vittima ed alla sua esclusione dal gruppo di lavoro, e mobbing pesante, nel quale il comportamento vessatorio è palese e può esprimersi mediante atti di violenza non soltanto psicologica ma, talvolta, anche fisica. L’autore della condotta ascrivibile a mobbing viene denominato mobber, mentre la vittima viene denominata mobbizzato. Nello sport, mobbing può essere qualificato il comportamento attuato dalla società che di fatto impedisce al calciatore di partecipare alle sedute di allenamento, ovvero alla preparazione precampionato, potrebbe rappresentare una condotta di mobbing ove venga reiterato (frequente ricorrenza), in un cospicuo lasso di tempo (durata), in assenza di una valida causa di giustificazione, e manifesti un intento di ostilità (vessatorietà), con efficacia lesiva della personalità dell’atleta (incisività).  Il rapporto di lavoro sportivo tra atleta e società può dar quindi luogo a mobbing nel caso in cui il rapporto di lavoro abbia natura subordinata (ci sono dei casi in cui i calciatori lavorano come lavoratori autonomi, ad esempio quando vengono convocati nelle nazionali)  e che gli atti persecutori siano molteplici, ripetuti nel tempo, caratterizzati da una particolare intensità e frutto di una condotta preordinata alla emarginazione del soggetto passivo. In questo senso infatti è stato espressamente escluso dalla giurisprudenza che configuri mobbing “lo stato di fisiologica contrapposizione tra le diverse componenti di un rapporto di lavoro, in quanto mera conseguenza di tensioni suscitate dalla difficile, problematica scomponibilità delle attese o obiettivi dei lavoratori; né costituisce mobbing il saltuario ricorso, da parte del datore di lavoro, a misure di ordine organizzativo illegittime, o l’assunzione, sempre da parte di costui, di occasionali contegni illegittimi sul piano dei rapporti personali e scientemente preordinati ad escludere il soggetto destinatario” (Trib. Cassino, 18 dicembre 2002).  La fattispecie sin qui considerata presenta quali parti da un lato il mobber che è la società sportiva e, dall’altro, in veste di mobbizzato, il giocatore. Un’altra fattispecie che è stata oggetto di attenzione da parte della dottrina coinvolge la figura dell’allenatore il quale può anch’egli, per scelta personale e non su ordine dei vertici della società, avere un atteggiamento che può ricadere nella condotta mobbing, escludendo il giocatore dalle sedute di allenamento o dalla preparazione  precampionato. In proposito, l’art. 18 dell’Accordo Collettivo tra allenatori professionisti e società sportive, prevede che “L’allenatore, in relazione alle funzioni affidategli, si impegna a tutelare e valorizzare il potenziale atletico della società e predisporre ed attuare l’indirizzo tecnico, l’allenamento e ad assicurare l’assistenza nelle gare della, o delle, squadre a lui affidate di cui assume la responsabilità. Egli inoltre collabora con la società nel promuovere fra i calciatori la conoscenza delle necessarie norme igieniche, regolamentari e tecniche, nel sorvegliare la condotta morale e sportiva dei calciatori, nel favorire e sviluppare lo spirito di corpo e l’affiatamento umano dei calciatori della società stessa”.  L’art. 19 dello stesso Accordo Collettivo, dispone poi che l’allenatore “è tenuto a mantenere una condotta conforme ai principi di lealtà, probità e di rettitudine sportiva, nonché ad assumere un comportamento di vita appropriato all’adempimento degli impegni sportivi assunti”. Inoltre è obbligato al rispetto delle istruzioni impartite dalla società, a rispettare il dovere di fedeltà nei confronti della stessa società e a fornire esempio di disciplina e di correttezza civile. A fronte degli obblighi sopradetti che incombono sull’allenatore, questi ha diritto di non subire interferenze da parte della società riguardo alle scelte di natura tecnico – sportiva. Infatti l’art. 17, comma 2, del medesimo Accordo,  dispone che ” La società non potrà, inoltre, effettuare alcuna ingerenza nel campo delle competenze tecniche dell’allenatore, tale da  non consentire allo stesso lo svolgimento utile del proprio lavoro o da apparire pregiudizievole per la stessa immagine dell’allenatore”. Il giocatore, quand’anche impiegato in veste di titolare nelle gare sportive, non acquista il diritto di giocare in prima squadra ne di giocare in un dato ruolo. Pertanto, ove l’atleta si rifiutasse di giocare in un ruolo diverso da quello a lui gradito, potrebbe incorrere in un’ipotesi di inadempimento contrattuale, per violazioni dell’obbligo di eseguire la prestazione sportiva con l’osservanza delle istruzioni tecniche e delle altre prescrizioni impartite per il conseguimento degli scopi agonistici (art. 10 Accordo Collettivo calciatori di Serie A).  Ciò detto, sarebbe difficilmente ipotizzabile una condotta mobber attuata dall’allenatore ai danni dei giocatori nell’esercizio delle proprie funzioni. Tuttavia, la scelta dell’allenatore di non utilizzare un dato giocatore, che in astratto è da ritenersi di per se lecita, potrebbe in concreto divenire illecita, ove non sia suffragata da alcuna valida ragione, e come tale integrare gli estremi dell’inadempimento contrattuale, sotto il profilo della violazione dell’obbligo gravante sull’allenatore di valorizzare il potenziale tecnico messogli a disposizione dalla società. Anche a voler riconoscere l’illiceità di una siffatta condotta, sotto il profilo della responsabilità contrattuale, si resterebbe comunque al di fuori della condotta di mobbing, giacché il soggetto riconosciuto come portatore dell’interesse leso sarebbe la società, e non già il giocatore estromesso. Ciò nonostante, qualora, ad esempio, l’esclusione dal campo di gioco sia protratta per un lungo periodo, senza una valida giustificazione sul piano tecnico sportivo, e a ciò si accompagni una serie di azioni dirette a umiliare l’atleta ed a privarlo della simpatia dei suoi compagni di squadra si potrebbe configurare una fattispecie di mobbing. Per l’esattezza ci troviamo di fronte  a mobbing di carattere  verticale, che è quello posto in essere tra soggetti con grado e qualifiche diversi e, in specie, di c.d. bullying che è il mobbing  attuato da un superiore gerarchico (si può anche definire mobbing verticale discendente), ove la condotta di mobbing sia stata attuata all’insaputa della società, ovvero di c.d. bossing, ove lo stesso allenatore abbia agito ubbidendo ad una  precisa strategia aziendale. Infine, anche la fattispecie di mobbing orizzontale che è, invece, quello attuato tra colleghi di lavoro pari ordinati può ravvisarsi nell’ambito del lavoro sportivo. L’esempio significativo è quello del comportamento posto in essere dai compagni di squadra che isolino il calciatore in tutte le fasi di gioco, così da comprometterne la prestazione sportiva, sia durante gli allenamenti che nel corso della gara sportiva, con il fine specifico di provocarne l’allontanamento da parte della società. L’obiezione avverso la configurabilità di tale ipotesi come mobbing, basata sul rilievo dell’assenza di un rapporto contrattuale tra i giocatori, non appare decisiva al fine di escludere una soluzione in termini positivi.  Sia la dottrina maggioritaria che la giurisprudenza ( si veda a riguardo, a mero titolo di  esempio, la  Sentenza della Cass. civ., sez. lav., 6 marzo 2006, n. 4774 Ric. Meneghello – c. Unicredit Spa ) preferiscono ricondurre il mobbing nell’alveo della responsabilità contrattuale, mediante il riferimento normativo all’art. 2087 c.c., che, come è noto, prescrive a carico del datore di lavoro l’obbligo di “adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei propri prestatori di lavoro”. In particolare, l’art. 2087 c.c. enuclea un obbligo di protezione a carico del datore di lavoro nei riguardi dei propri dipendenti, il cui contenuto va interpretato alla stregua del canone generale della buona fede, cosicché l’accertamento della sussistenza di una condotta mobbizzante risulta indipendente dall’accertamento della violazione di specifici obblighi legali incombenti sul datore di lavoro che si traducano, ad esempio, in fatti di demansionamento nell’ambito del lavoro subordinato non sportivo, licenziamento senza giusta causa o condotta antisindacale anche nell’ambito del lavoro subordinato sportivo. L’art. 2087 c.c., nell’interpretazione suggerita sia dalla dottrina che dalla giurisprudenza favorevoli alla riconduzione del mobbing entro l’area della responsabilità contrattuale, implica l’addossamento a carico del datore di lavoro delle conseguenze derivanti dalle condotte attuate dai dipendenti ai danni di altri dipendenti. In questa prospettiva si pone la pronuncia della Suprema Corte in tema di mobbing orizzontale (Cass. Sez. Lav., 25 maggio 2006, n. 12445) che ha accolto la domanda di risarcimento danni di una lavoratrice, a fronte della mancata adozione da parte dell’ente datoriale degli obblighi di protezione ex art. 2087 c.c., pur essendo l’evento dannoso riconducibile ad altro dipendente dell’azienda, non gerarchicamente sovraordinato. Anche nel rapporto di lavoro sportivo può trovare applicazione l’art. 2087 c.c., che riconosce in capo al datore di lavoro la responsabilità contrattuale per i danni dipendenti dalla mancata adozione delle misure idonee a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro. Tra queste misure va compresa quella di controllo dell’operato dei sottoposti, al fine di impedire l’attuazione di condotte mobbizzanti da parte di alcuni di essi ai danni di altri. Il riconoscimento sul piano giuridico della fattispecie del mobbing implica la valutazione in termini di illiceità del comportamento attuato dal mobber, con conseguente diritto al risarcimento dei danni patiti dal mobbizzato. In proposito, è da rilevare che la illiceità del mobbing è stata riferita dagli interpreti in un primo momento nell’area della responsabilità extracontrattuale e, in un secondo momento, a quella della responsabilità contrattuale, con evidenti ripercussioni sul piano dell’onere probatorio a carico del ricorrente. L’inquadramento del mobbing nell’ambito della responsabilità contrattuale reca le conseguenze favorevoli in capo a colui che assume di essere stato vittima di mobbing, rappresentate dall’inversione dell’onere probatorio rispetto a quanto avviene nell’azione ex art. 2043 c.c., e dalla previsione del più lungo termine prescrizionale decennale, invece che del termine quinquennale previsto per illecito aquiliano. Pertanto, sul piano probatorio, incombe sul lavoratore l’onere di allegazione dei fatti costituenti l’inadempimento del datore di lavoro (condotte datoriali caratterizzate da sufficiente idoneità offensiva e vessatoria), mentre incombe sul datore di lavoro l’onere di dimostrare di aver posto in essere tutte le misure possibili ad evitare il danno lamentato. Nella responsabilità extracontrattuale invece, colui che agisce è tenuto a dimostrare non solo l’esistenza del danno e l’esatto ammontare dello stesso ma finanche la riconducibilità di detto evento ad una condotta imputabile al soggetto contro il quale si agisce (nesso causale). Va, infine, osservato come da una parte della dottrina, con l’avvallo anche di parte della giurisprudenza, si sostenga la possibilità del ricorso sia alla disciplina in materia di responsabilità contrattuale, che a quella in materia di responsabilità extracontrattuale in relazione ad una stessa fattispecie di mobbing. In base al citato orientamento, dunque, l’obbligo previsto dall’art. 2087 c.c. che impone al datore di lavoro di tutelare l’integrità fisica e la personalità morale del lavoratore, risulterebbe compatibile anche con il divieto di comportamenti commissivi e/o omissivi, lesivi dell’integrità psicofisica del lavoratore, che, in quanto caratterizzanti da colpa o dolo, diventano fonte di responsabilità extracontrattuale per inosservanza del generale principio in base al quale tutti sono tenuti al dovere (generico) di non ledere l’altrui sfera giuridica (in giuridichese: divieto del neminem laedere).

Bene, spero che siate sopravvissuti a questa piacevole tortura che è stato il mio articolo in cui ho cercato di spiegare cosa sia il mobbing cercando di essere il più possibile completo. Possiamo adesso affrontare il caso Icardi, dove tutti sanno tutto fuorché il sottoscritto. Io vado per ipotesi:

Ipotesi numero 1) A Icardi è stata tolta la fascia di Capitano perché si è presentato in ritardo ad un allenamento o peggio il giorno dopo o per qualche altro motivo comunque ben documentato e motivato, non c’è mobbing;

Ipotesi numero 2) Il togliere la fascia ad Icardi è stato il primo di una serie di atti che avevano come unico scopo quello di isolarlo dal resto della squadra per poi cederlo, c’è mobbing. In questo caso conta poco che l’iniziativa sia partita da Spalletti o dalla Società, c’è comunque mobbing.

Ipotesi numero 3) Il togliere la fascia ad Icardi è stata una iniziativa fatta più che altro per accontentare una parte dello spogliatoio che non lo sopportava più (si sussurra in particolare di Perisic e Brozovic)  che poi ha completato l’opera cercando di isolarlo, c’è mobbing.

Ma Icardi poi ha lamentato un infortunio vero o presunto che lo ha tenuto fuori dal campo per buona parte del resto della stagione:

Ipotesi numero 1) L’infortunio c’è, ci sono le cartelle cliniche che lo dimostrano, la Società non può fare niente;

Ipotesi numero 2) L’infortunio non esiste, è tutta una invenzione che aveva come unico scopo quello di allontanarlo dal gruppo e farlo inimicare alla tifoseria con l’ausilio della stampa, c’è mobbing;

Ipotesi numero 3) L’infortunio non esiste, semplicemente Icardi dopo che gli è stata tolta la fascia ha cominciato a fare i capricci perché se ne voleva andare o altri motivi a me ignoti, non c’è mobbing da parte della società ma c’è inadempimento contrattuale da parte di Icardi.

Considerazioni personali: difficile che Icardi non riesca a procurarsi un eventuale certificato medico e poi mi è sembrato che in più circostanze abbia chiesto tramite la moglie di essere reintegrato nel gruppo, ricordo in particolare una puntata della trasmissione Tiki taka in cui la moglie/agente è scoppiata in lacrime confessando di aver chiesto l’aiuto anche di Moratti. A questo va aggiunto che Icardi ha fatto più volte richiesta di un confronto con la Società che gli è sempre stato negato e si è trovato costretto a fare ricorso ad un avvocato per essere reintegrato nella squadra. Aggiungo che Icardi potrebbe anche affermare che l’infortunio di cui è stato vittima sia comunque conseguenza della grave situazione di sconforto in cui è crollato a seguito del comportamento vessatorio tenuto dalla Società nei suoi confronti.

Resta di fatto certo che ultimamente Icardi, nonostante una lettera del suo Avvocato che invitava la Società a non persistere in condotte di carattere vessatorio nei suoi confronti, è stato di fatto estromesso dal gruppo, si allena a parte, non è partito per la tournée asiatica, gli è stata tolta pure la maglia numero 9 che è stata data a Lukaku per decisione unilaterale mentre la stampa continua a scrivere che lui voglia la Juve, cosa molto strana se si considera che soltanto l’anno scorso tutti gli approcci fatti dalla società bianconera all’attaccante argentino siano stati di fatto rispediti al mittente. Mia opinione personale: c’è mobbing, o meglio, ci sono tutti gli estremi per avviare, a mio parere, una azione di carattere civile per il risarcimento del danno a seguito di una serie di atti ricadenti nel mobbing, poi cosa farà l’avvocato di Icardi ovviamente non lo posso sapere come non posso sapere quali possano essere le possibili contromosse della Società nero azzurra.

N.B. Aggiungo, dato che da certi commenti pare che qualcuno non l’abbia capito: l’articolo ha come unico scopo quello di spiegare cos’è il mobbing e in particolare cos’è il mobbing in campo sportivo poi, alla fine, io ho espresso la mia opinione che non è assolutamente vincolante e ognuno è libero di farsi la sua.

 

 

 

 

La strana storia di Romeo e Gianluca Paparesta – Parte quarta. L’estromissione di Gianluca Paparesta

Come detto nel precedente articolo sulla sagra dei Paparesta coinvolti in calciopoli loro malgrado, Gianluca smise di arbitrare all’età di 38 anni dopo aver arbitrato anche nella stagione successiva a quella incriminata e dopo che si era quindi svolto già il processo sportivo in cui fu inibito per tre mesi perché aveva omesso di porre a referto l’incursione di Moggi nello spogliatoio dopo la partita Reggina Juve. Quando Gianluca Paparesta arbitrò la sua ultima stagione, il campionato 2006/07, presidente della FIGC o meglio, commissario straordinario della FIGC, era, come tutti sappiamo, Guido Rossi a cui subentrò il 21/09/2006 Luca Pancalli il quale, sebbene personaggio comunque di spicco del mondo sportivo, in particolare di quello paraolimpico, era comunque un personaggio completamente al di fuori da ogni logica di potere considerando che non aveva mai ricoperto alcun ruolo all’interno della FIGC fino a quel giorno.  A riguardo è sufficiente leggersi   la sua biografia: https://it.wikipedia.org/wiki/Luca_Pancalli?fbclid=IwAR3ZXhgstRVsCYm5iCKdcrwGv56aW8cL8lai48p0cVE3GSFy6Cyht5zDAX8 .  Il 2 aprile del 2007 finì l’era dei commissari straordinari e venne eletto Presidente della FIGC Giancarlo Abete mentre già era diventato designatore arbitrale, in seguito alle improvvise dimissioni di Stefano Tedeschi, Cesare Gussoni. Credo che sia opportuno ricordare sia pur con brevi cenni queste due figure.
La prima di cui sicuramente tutti avrete già sentito parlare è Giancarlo Abete.  Egli era in lotta con Carraro per la poltrona di Presidente della FIGC. Il 14 febbraio 2005 divenne presidente della FIGC Carraro grazie ad un accordo, con il benestare della dirigenza juventina, con Abete per cui, all’insegna della continuità, Carraro sarebbe stato Presidente per 2 anni e poi gli sarebbe subentrato Abete      (http://www.repubblica.it/2004/l/sezioni/sport/calcio/carraconf/carraelet/carraelet.html?ref=search ).
È giusto ricordare anche che i dirigenti della Juve insieme ad altri componenti del calcio nostrano come Lanese, i designatori, Mazzini e altri, si erano più volte riuniti per fare in modo, come non si sa, di queste riunioni purtroppo non ci sono filmati, non ci sono audio, non si sa cosa si sono detti, è per questo che Lanese è stato assolto, che Carraro venisse rieletto.
Di Gussoni invece ho parlato un paio di articoli fa. Ricordiamo per brevi cenni. Romeo Paparesta, il padre di Gianluca, arbitrò nel campionato 1988/89 la partita Juventus Cesena. Al momento del rientro negli spogliatoi, alla fine del primo tempo, un petardo esplose nelle vicinanze del giocatore del Cesena Sanguin il quale svenne.  Sanguin non fece poi rientro in campo nel secondo tempo e venne portato in ospedale. Romeo Paparesta non fece altro che refertare il tutto. Sulla base del suo referto, il Cesena ottenne la vittoria per 2-0 a tavolino sebbene in più circostanze il designatore arbitrale Gussoni appunto, gli avesse chiesto, anche di fronte all’evidenza dei fatti e dei referti medici, se fosse sicuro che le cose fossero andate così. Lo stesso anno, dopo questo episodio, Romeo Paparesta fu dismesso dal ruolo arbitrale. Strana storia quella dei Paparesta, sbagliano se refertano e sbagliano anche quando non refertano.
Quindi il 2 aprile del 2007, quando Gianluca Paparesta era considerato fra i migliori arbitri in circolazione ed era appena stato designato per i mondiali under 20 che si dovevano disputare in Canada, Gussoni e Abete erano entrambi operativi. Cinque giorni dopo, il 7 aprile 2007, Paparesta arbitrò la sua ultima partita, Bologna Napoli di Serie B. Dopo altri cinque giorni poi, Il 12 aprile, Gianluca Paparesta ricevette un avviso di garanzia per l’inchiesta calciopoli e venne sospeso in via cautelare ma venne comunque rassicurato sia da Gussoni che da Collina riguardo al suo ritorno nei ranghi arbitrali una volta chiarita la sua posizione. È bene chiarire che nel campionato 2006/07 Collina era consulente di Gussoni e nel campionato successivo divenne designatore arbitrale. Il 25 febbraio del 2008, praticamente meno di un anno dopo, Paparesta fu prosciolto da ogni accusa ma non tornò ad arbitrare sebbene, come già scritto, avesse ricevuto rassicurazioni sia da parte di Collina che di Gussoni di un suo immediato rientro nei ranghi arbitrali una volta chiarita la sua posizione. Sulle prime le motivazioni date sia da Gussoni che nel frattempo era diventato presidente dell’AIA che da Collina nel frattempo diventato designatore unico, erano che oramai il campionato era già iniziato quando Paparesta fu prosciolto, quindi era preferibile aspettare, non anticipare i tempi e rientrare con il campionato nuovo e non in quello attualmente in atto, così sarebbe venuto al raduno e li avrebbe ripreso insieme a tutti gli altri. Per convincerlo della bontà delle promesse fattegli,  aggiunsero oltretutto che non era il caso di incominciare a campionato già in corso per evitare una pressione mediatica eccessiva e che sarebbe stato meglio appunto rincominciare con un graduale reinserimento.  Furono promesse da marinaio, Gianluca Paparesta non arbitrerà più una partita di calcio. Stando a quanto detto da Gianluca Paparesta  in udienza, dopo che aveva risolto ogni genere di problema in sede penale, ci fu l’introduzione di una nuova regola all’Interno dell’AIA per cui gli arbitri che erano a disposizione da più di 10 anni e non erano diventati internazionali dovevano essere dismessi. Tale nuova norma non preoccupò minimamente Gianluca Paparesta  perché lui era internazionale sennonché, a fine giugno, proprio in prossimità del rifacimento degli organici, questa norma venne modificata per cui, tutti gli arbitri che avevano 10 anni di anzianità, a prescindere dal fatto che fossero internazionali o meno, dovevano essere dismessi . Appena appreso dell’esistenza di questa norma, Gianluca Paparesta  inviò  immediatamente una missiva all’AIA diffidandola ad applicarla in quanto da lui considerata palesemente norma “ad personam” , una maniera come un’altra per toglierselo dalle scatole per intenderci . La diffida di Gianluca Paparesta fu accolta ed infatti questa norma non fu applicata e venne quindi dismesso non in applicazione di questa nuova norma ma per semplici motivi tecnici senza che questi gli venissero resi noti. Questa decisione parve subito alquanto strana perché non era stata presa dall’organo tecnico che valuta gli arbitri ma dal Comitato nazionale di cui Gussoni era il Presidente e per questo fu subito impugnata sia di fronte al CONI che di fronte al TAR. Entrambi i ricorsi diedero esito positivo per Gianluca Paparesta perché appunto la “decisione” era priva di motivazioni e fu quindi sospesa . La FIGC insieme all’AIA  fece ricorso al Consiglio di Stato (l’appello del TAR)

che gli dette comunque torto dando quindi ancora ragione a Gianluca Paparesta perché mancavano appunto le motivazioni. In altre parole Gianluca Paparesta era stato estromesso senza un perché. A quel punto Collina, divenuto nel frattempo designatore arbitrale, emise come motivazione per la dismissione di Paparesta una bellissima pezza a colori:”Paparesta poiché non aveva arbitrato per un anno non poteva rientrare nei ruoli”. Il che era semplicemente assurdo come ha sottolineato Romeo Paparesta in udienza, “sarebbe un po’ come dire che un giocatore che è stato fermo un anno per infortunio non può più tornare a giocare, almeno gli si da la possibilità di provarlo. Quanto meno avrebbero dovuto sottoporlo ai test atletici per vedere se era in condizione di arbitrare oppure no come oltretutto previsto dai regolamenti, cosa che invece non è mai avvenuta”. Tale decisione è stata nuovamente impugnata di fronte al CONI con esito negativo      https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/sport/85310/l-arbitrato-del-coni-respinge-il-ricorso-di-paparesta.html

Possiamo quindi concludere affermando che Gianluca Paparesta è stato sostanzialmente estromesso senza un motivo plausibile, a voler pensar male o meglio, abbracciando la tesi da lui stesso sostenuta in una intervista presso il salotto televisivo di “ Quelli che il calcio” il 15/03/2009, lui è stato estromesso “da un sistema in grado di manipolare e stravolgere la realtà” perché “la gente non funzionale al sistema non poteva andare avanti perché la giustizia all’interno del mondo sportivo era una giustizia sui generis e chi non era funzionale al sistema dava fastidio”  cosicché, mentre persone che sono state coinvolte e che erano ancora dentro calciopoli erano tornate tranquillamente a ricoprire i loro ruoli, lui, reo di non aver concesso un rigore alla Juve e di avergli annullato un gol nella partita con la Reggina è stato completamente estromesso. Stando a quanto da lui affermato, il tutto è avvenuto perché ci sono ancora all’interno della Federazione una serie di intrecci e connivenze e soprattutto sono presenti più o meno gli stessi personaggi che c’erano prima e il timore di Paparesta era che potesse pesare anche il fatto che lui sarebbe stato testimone dell’accusa, insieme al padre, al processo penale Calciopoli.

Possiamo quindi concludere questo articolo e questa serie di articoli su Paparesta decidendo se condividere o meno quanto da lui affermato e velatamente fatto capire in questa intervista, ossia che lui era un personaggio scomodo non schierato a favore della Juve e del sistema in generale e che avrebbe comunque testimoniato unitamente al padre al processo penale Calciopoli ricordando che la testimonianza soprattutto del padre tutto è stata tranne che favorevole a Moggi come già spiegato un paio di articoli fa ed è per questo che è stato estromesso. Per capirlo bisognerebbe innanzitutto capire a chi si riferisse di preciso Gianluca Paparesta quando ha affermato in televisione che altri personaggi coinvolti in calciopoli erano tranquillamente rimasti al loro posto o comunque erano stati reintegrati. Degli esempi potrebbero essere Tagliavento anch’egli assolto come Gianluca Paparesta in sede di udienza preliminare e Rocchi assolto invece in primo grado nel procedimento abbreviato ma la lista è lunga, si potrebbero anche citare Collina e Galliani ma di contro si potrebbe pure citare Pieri anch’egli assolto nel processo penale Calciopoli sebbene, a mio parere, con molti dubbi ma anch’egli completamente estromesso dai ruoli sebbene la sua direzione di gara nella partita Bologna Juve è stata decisamente favorevole a quest’ultima. È una lista lunga che mi riserbo di approfondire nei prossimi articoli per poter giungere a delle conclusioni accettabili.

 

Il teatro dell’assurdo. L’articolo di Sergio Vessicchio e la querela di Ruffo

Il nostro caro amico Sergio Vessicchio, si proprio lui, quello che qualche tempo fa, per la precisione il 10/03/2018, pubblicò un articolo al vetriolo sulla sua pagina tuttojuve.net contro Ronaldo definendolo nell’ordine “Un chiattone senza dignità”, “ pieno di droga tra cocaina e doping e che ha un’attrazione costante per i trans senza i quali va in astinenza”, “sporco zozzone rifiuto della società civile”, “che di partite ne giocava non molte tra infortuni,droga,trans,scappatelle notturne nella Milano Gay” e che nel medesimo articolo scrisse una serie di assurdità tipiche del repertorio juventino su calciopoli e passaportopoli  per cui per lui Ronaldo, che si era lamentato alla festa dei 110 anni dell’Inter di un sistema che gli impediva di vincere quando lui giocava a Milano sulla sponda neroazzurra, era “ l’accattone brasiliano amante dei trans [che]ripete cose che sono una bugia esagerata”, ci ha deliziato con un altro articolo. Questa volta il suo bersaglio è stato Federico Ruffo, il giornalista di Reporter, trasmissione di RAI 3, che in un suo articolo lo ha definito poco credibile. In particolare per Vessicchio ciò che è accaduto a Ruffo riguardo al presunto attentato non è assolutamente, come Vessicchio sostiene che Ruffo  voglia far credere, “riconducibile alla presunta inchiesta giornalistica che lui sta conducendo contro la Juventus” ma potrebbe essere tranquillamente frutto di qualunque altra cosa: invidia, gelosia fra colleghi, corna o altro.  Secondo quanto riportato da Vessicchio nel suo articolo, Federico Ruffo è esclusivamente alla ricerca di visibilità in attesa di una sua eventuale candidatura al senato o alla camera. A quanto pare, stando ai vari botta e risposta che si sono letti su Twitter (https://www.facebook.com/572120712937074/photos/a.572498079566004/1146565475492592/?type=3&permPage=1 ) ma anche sentiti in radio, Federico Ruffo sembra più che intenzionato, probabilmente lo ha già fatto, non lo so e non lo posso sapere, a querelare Sergio Vessicchio. Il dubbio che ci dobbiamo porre ora è: ci sono probabilità che la querela per diffamazione portata avanti da Federico Ruffo abbia successo? Ci sono possibilità che Sergio Vessicchio venga condannato? Perché mi pongo questo dubbio? Perché sarebbe anche ora visto e considerato ciò che scrisse su Ronaldo e soprattutto tenendo conto del fatto che Ronaldo invece non ha mai letto quell’articolo e non lo ha mai querelato sebbene, anche in quel caso, ci sarebbero stati gli estremi almeno per una querela.
Per rispondere a questa domanda occorre preliminarmente analizzare il reato di diffamazione previsto e punito dall’art.  595 c.p. il quale così sancisce:

“Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente [reato di ingiuria ora depenalizzato], comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a milletrentadue euro.

Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a duemilasessantacinque euro.

Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a cinquecentosedici euro.

Se l’offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza, o ad una Autorità costituita in collegio, le pene sono aumentate.”

 

Innanzitutto chiariamo alcuni concetti. Perché ho messo in grassetto e sottolineato il terzo comma? Perché è proprio in questa fattispecie che potrebbe ricadere l’accusa mossa dai legali di Federico Ruffo nei confronti di Vessicchio. Uso il termine “potrebbe” perché il condizionale è d’obbligo. Bisogna “sempre attenersi, fino a che non intervenga una sentenza di condanna, al principio costituzionale di presunzione di non colpevolezza” ( Sent. Cass. n.  4387/91). Per affermare che potrebbe ricadere nel terzo comma di cui all’art. 595 c.p. l’accusa di diffamazione mossa da Federico Ruffo nei confronti di Vessicchio,  è sufficiente leggere la Sentenza di Cassazione  n. 4873/2017 per cui ”La diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca “facebook” integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma terzo, cod. pen., sotto il profilo dell’offesa arrecata “con qualsiasi altro mezzo di pubblicità” diverso dalla stampa, poiché la condotta in tal modo realizzata è potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato, o comunque quantitativamente apprezzabile, di persone”. Oltretutto la Cassazione si era già pronunciata in precedenza con la Sentenza n. 24431/2015 affermando che” La diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca “facebook” integra un’ipotesi di diffamazione aggravata ai sensi dell’art. 595, comma terzo, c.p., poiché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone”. È per questo motivo che sono spesso costretto sulla mia pagina a cancellare affermazioni diffamatorie nei commenti  non suffragate da sentenze o da prove di alcun genere perché in tal caso scatterebbe l’esimente ( per i non avvezzi ai termini giuridici “causa di giustificazione”, a riguardo c’è da dire che alcuni la chiamano anche scriminante ritenendo che le due parole siano sinonime; altri invece ritengono che ci siano delle differenze fra le esimenti e le scriminanti) del diritto di cronaca e di critica di cui all’art. 51 c.p. e 21 Cost. Alla stessa maniera anche la diffamazione mediante un blog o una testata giornalistica on line, essendo questi condivisi sui social o comunque in rete e quindi potenzialmente capaci di raggiungere un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone, dovrebbe ricadere nel reato di cui al comma tre dell’art. 595 c.p. La Cassazione oltretutto ha equiparato la testata giornalistica telematica a quella tradizionale in formato cartaceo (cfr. Sent. Cass. n. 31022/2015). È bene subito chiarire che competente, per questa fattispecie, non è il Giudice di Pace ma il Tribunale in composizione monocratica e che il reato è punibile solo a querela di parte. “Ai fini dell’elemento psicologico del delitto di diffamazione, è sufficiente la sussistenza del dolo generico, cioè la volontà dell’agente di usare espressioni offensive con la consapevolezza di ledere l’altrui reputazione”  (Cass. 11492/90 ma si legga anche Cass. 7713/96 e Cass. 11663/97). Fatte queste dovuta premesse, dobbiamo appunto chiederci, analizzando l’articolo di Sergio Vessicchio, se potrebbe (il condizionale, lo ripeto, è d’obbligo) o no ricadere nel reato di diffamazione.
Va innanzitutto detto che affinché un articolo anche potenzialmente lesivo dell’immagine di una persona possa non essere considerato diffamatorio ma essere scriminato (giustificato) dal diritto di cronaca e di critica che tutti abbiamo il diritto di esercitare, esso deve rispondere ai requisiti di rilevanza, verità e continenza come oltretutto sancito dalla Sentenza di Cassazione n. 34432/2007 per cui “In tema di diffamazione a mezzo stampa, ricorre l’esimente del diritto di critica giudiziaria allorché sussista il requisito della verità del fatto riferito e criticato, l’interesse pubblico alla notizia e la continenza espressiva” ma a riguardo si possono anche leggere le Sentenze della Cassazione n.  8581/85, n. 1473/98, n. 2113/97 e tantissime altre.
Il requisito della rilevanza fa si che chiunque possa scrivere un articolo o anche semplicemente scrivere qualcosa sulla propria bacheca facebook, non è necessario essere iscritti all’albo dei giornalisti per poter esercitare il diritto di cronaca e di critica su facebook (Cass. Sent. n. 31392/2008), su una persona o su un fatto che è comunque rilevante per l’opinione pubblica. La Cassazione, con la sentenza del 12/1/1982, ha affermato che “Il diritto di cronaca giornalistica, sia questa giudiziaria o di altra natura, rientra nella più vasta categoria dei diritti pubblici soggettivi, relativi alla libertà di pensiero e di stampa, riconosciuti dall’art. 21 Cost.; e consiste nel potere dovere conferito al giornalista, di portare a conoscenza dell’opinione pubblica fatti, notizie e vicende interessanti la vita associata. Per intenderci, io non posso scrivere un articolo sui fatti personali della signora Maria che abita al terzo piano del mio condominio perché la Signora Maria è un’illustre sconosciuta e della sua vita e delle sue vicissitudini personali non interessa niente a nessuno, posso però scrivere un articolo su una persona nota il cui comportamento interessa una moltitudine di persone. La Cassazione, con Sentenza n. 35543/2007, ha infatti statuito che: “Integra il delitto di diffamazione il comunicato, redatto all’esito di un’assemblea condominiale, con il quale alcuni condomini siano indicati come morosi nel pagamento delle quote condominiali e vengano conseguentemente esclusi dalla fruizione di alcuni servizi, qualora esso sia affisso in un luogo accessibile — non già ai soli condomini dell’edificio per i quali può sussistere un interesse giuridicamente apprezzabile alla conoscenza di tali fatti — ma ad un numero indeterminato di altri soggetti”. In questo caso, come potete vedere, il fatto era vero ma, poiché era in gioco la reputazione di “illustri sconosciuti”, non era il caso di “sputtanarli” (perdonatemi il francesismo) al di la della mera cerchia ristretta dei condomini.     
Il secondo requisito è appunto quello della verità per cui un giornalista come chiunque altro, fosse pure su un social, prima di scrivere una qualunque cosa deve appurare che il fatto sia vero. A riguardo la Cassazione, con la Sentenza 40930/2013, ha affermato che “In tema di diffamazione, ai fini della applicazione dell’esimente dell’esercizio del diritto di critica, non può prescindersi dal requisito della verità del fatto storico ove tale fatto sia posto a fondamento della elaborazione critica”. Per capirci, io non posso parlare di una illustre sconosciuta su facebook (in condivisione pubblica) o in un articolo (in forma cartacea o su un blog) ma posso parlare di una persona nota o di un fatto comunque interessante per la comunità e ciò che scrivo, anche se squalificante per la persona di cui parlo, deve essere vero e devo essere in grado di provarlo. Solo in questo caso il fatto non ricade nel reato di diffamazione come oltretutto sancito dalla Sentenza di Cassazione n. 9634/2010: “Non integra il fatto costitutivo del delitto di diffamazione (art. 595 c.p.), la condotta di colui che con espressione congrua rappresenti la verità del fatto”.  Ancora, “Il solo fatto che una notizia sia stata riferita in forma dubitativa non è sufficiente ad escludere l’idoneità a ledere la reputazione altrui. Anche le espressioni dubitative, come quelle insinuanti, allusive, sottintese, ambigue, suggestionanti, possono, infatti, essere idonee ad integrare il reato di diffamazione, quando, per il modo in cui sono poste all’attenzione del lettore, fanno sorgere in quest’ultimo un atteggiarsi della mente favorevole a ritenere l’effettiva  rispondenza a verità dei fatti narrati” (Cass. 8848/92). Affermare, per esempio, come ha fatto Vessicchio nel suo “illuminate” articolo, che Ruffo “ forse cerca qualche candidatura alla camera o al senato e s’inventa una ricostruzione per screditare la Juventus perché forse poi prende più voti se si candida o aumenta la share televisivo di un canale in liquidazione e un format come report ormai fallito per la mancanza di ascolti e per l”incapacità dei giornalisti che lo portano avanti” potrebbe essere considerata dal giudice, il condizionale lo ripeto è d’obbligo e la presunzione di innocenza va sempre comunque rispettata, una illazione priva di fondamento e quindi, in quanto tale, diffamatoria. Oltretutto, come recita la Sentenza di Cassazione 40359/2008:“In tema di diffamazione, integra la lesione della reputazione altrui non solo l’attribuzione di un fatto illecito, perché posto in essere contro il divieto imposto da norme giuridiche, assistite o meno da sanzione, ma anche la divulgazione di comportamenti che, alla luce dei canoni etici condivisi dalla generalità dei consociati, siano suscettibili di incontrare la riprovazione della ‘communis opinio’”.
Per ultimo, affinché un articolo su carta stampata o sul WEB, come anche un post su facebook  non ricada nel reato di diffamazione, deve rispettare il principio della “continenza” ossia, per dirla in termini spiccioli, deve essere esposto usando termini educati senza usare “espressioni inutilmente volgari, umilianti  o dileggianti”(Cass. Sent. n. 10135/2002). A titolo esemplificativo si può leggere la sentenza di Cassazione 15060/2011: “In tema di diffamazione, il limite della continenza nel diritto di critica è superato in presenza di espressioni che, in quanto gravemente infamanti e inutilmente umilianti, trasmodino in una mera aggressione verbale del soggetto criticato” o ancora la Sentenza di Cassazione 29730/2010 :”In tema di diffamazione, espressioni che trasmodino in un’incontrollata aggressione verbale del soggetto criticato e si concretizzino nell’utilizzo di termini gravemente infamanti e inutilmente umilianti superano il limite della continenza nell’esercizio del diritto di critica”. Per intenderci  io non posso scrivere un articolo in cui sia pur scrivendo cose interessanti e vere su fatti o persone di pubblica rilevanza apostrofo qualcuno  chiamandolo  “puttaniere” quando potrei, per esempio, usare termini comunque più civili ed educati come “playboy, donnaiolo o uomo alla ricerca di avventure passeggere” (cfr. Sent. Cass. n 37397/2017). Il dubbio sorge spontaneo, la frase con cui l’articolo di Vessicchio si apre ossia:” Di quanto sta avvenendo in questi mesi non credo,personalmente,ad una sola parola di Federico Ruffo,dei suoi colleghi e di chi lo sponsorizza per mettere fuori solo cazzate “ supera o no i limiti della “continenza”? e tutto l’articolo, nel suo complesso  è scritto in una forma civile? “In tema di diffamazione a mezzo stampa, il limite della continenza, entro il quale deve svolgersi un corretto esercizio di cronaca e di critica, viene superato quando le informazioni, pur vere, si risolvano – per il lessico impiegato, per l’uso strumentale delle medesime, per la sostanza e la forma dei giudizi che le accompagnano – in un attacco personale e gratuito al soggetto cui si riferiscono”  (Cass. 6925/2001). A mio parere ma ci mancherebbe, è una mia opinione personale, saranno i giudici a decidere e io devo sempre rispettare la presunzione di innocenza, l’articolo di Sergio Vessicchio potrebbe avere, il condizionale è d’obbligo,  tutte le carte in regola per essere considerato diffamatorio perché,  pur criticando un fatto vero accaduto ad una persona nota, supererebbe, a mio esclusivo parere, il limite della continenza e conterrebbe illazioni prive di fondamento. Sergio Vessicchio potrebbe quindi essere condannato e sarebbe anche ora. Sarebbe anche ora perché di articoli come quello di Vessicchio il WEB è pieno. Di gente che ha scritto che calciopoli è un complotto, di gente che ha scritto che i vari Narducci, Casoria e Auricchio soprannominato in maniera dispregiativa “il provolone” erano solo burattini nelle mani di Moratti, Tronchetti Provera e Guido Rossi, il WEB è pieno, di gente che ha scritto che le intercettazioni telefoniche sono state fatte da Tronchetti Provera e trasmesse successivamente alla magistratura di Napoli il WEB è pieno.  Se questi signori fossero stati querelati a suo tempo dai vari giudici e dai vari magistrati che nel campo sportivo e nel campo penale hanno contribuito alle 30 e passa sentenze che hanno condannato la Juve e Moggi perché, giova ribadirlo, il reato di diffamazione è punibile solo a querela di parte,  a quest’ora certe pagine e certi siti WEB sarebbero spariti e il lavaggio del cervello che è stato operato in questi 12 anni su calciopoli non ci sarebbe mai stato. Dire “calciopoli è un complotto” è un reato, si chiama diffamazione per cui o hai le prove per poterlo affermare oppure non lo puoi dire. In tema di diffamazione a mezzo stampa, non costituisce esercizio legittimo del diritto di critica la gratuita attribuzione di malafede a chi conduce indagini giudiziarie, presentando come il risultato di complotti o di strategie politiche l’opera del pubblico ministero, perché in tal caso non si esprime un dissenso, più o meno fondato o motivato, sulle scelte investigative, ma si afferma un fatto che deve essere rigorosamente provato (Cass. Sent. n. 28661/2004). Ci tengo a ricordare una Sentenza della Cassazione in particolare, la n. 10631/2009, riguardante un opinionista televisivo (chissà chi è, io lo so ma non ve lo dirò mai, esiste anche il diritto all’oblio) che aveva accusato un pubblico ministero di avere esercitato per ragioni politiche l’azione penale in danno di un noto imprenditore (chissà chi è) per il reato di finanziamento illecito ad un partito politico e di non aver fatto altrettanto in relazione ai finanziamenti illecitamente ricevuti da un altro partito politico antagonista: “In tema di diritto di critica giudiziaria, non è scriminante la condotta di attribuzione di parzialità per ragioni politiche ad un soggetto che esercita la funzione giudiziaria in quanto intrinsecamente offensiva”. Le sentenze come anche il modo di condurre le indagini, possono essere oggetto di diritto di critica, ci mancherebbe, ma non si potrebbe mai dire, senza prove, che sono frutto di un “complotto”. “In tema di diffamazione a mezzo stampa, esula dalla scriminante del diritto di critica, politica e giornalistica, in quanto si risolve in un attacco morale alla persona, l’accusa rivolta ad un magistrato del pubblico ministero, di asservimento della funzione giudiziaria ad interessi personali, politici, ideologici, o di strumentalizzazione della stessa per finalità estranee a quelle proprie (Cass. Sent. n. 29453/2006). Anche il solo chiamare il Tenente Colonnello Auricchio “provolone” in maniera dispregiativa poteva essere motivo, da parte sua, di querela. Concludo  questo articolo esprimendo la mia totale vicinanza a Federico Ruffo sia per quello che gli è successo nella sua abitazione, dove ha subito un attentato non certo da malviventi professionisti, sia per gli attacchi che ha poi subito sul WEB. Anch’io sono del parere che coloro che hanno versato benzina nel suo pianerottolo siano stati quattro leoni da tastiera che generalmente si limitano a scrivere sui social le solite frasi:”36 muti e silenzio”, “è il campo che parla” ed altre eresie del genere ed è una cosa che posso affermare tranquillamente perché, come ha detto la Cassazione nella Sentenza n. 24065/2016,Il reato di diffamazione è costituito dall’offesa alla reputazione di una persona determinata e non può essere, quindi, ravvisato nel caso in cui vengano pronunciate o scritte frasi offensive nei confronti di una o più persone appartenenti ad una categoria anche limitata se le persone cui le frasi si riferiscono non sono individuabili” quindi, io posso tranquillamente affermare che saranno stati quattro leoni da tastiera di fede bianconera che si sono risentiti del servizio giornalistico che ha fatto Ruffo senza però individuare, non avendone le prove, chi di preciso sia stato. Non commetto reato nel dire ciò, esprimo semplicemente un mio personale convincimento. Concludo facendo a Federico Ruffo i miei migliori auguri affinché possa vincere sia in sede penale che in sede civile la causa contro Vessicchio, non perché io nutra nei confronti di Vessicchio un particolare astio anzi, mi è totalmente indifferente, semplicemente ritengo giusto che alla fine almeno una persona paghi, punirne uno per educarne cento, perché di articoli come questi ne ho letti tantissimi e nessuno ha mai pagato anzi, gli insulti sul WEB si sono moltiplicati negli anni insieme alle castronerie più assurde su calciopoli.  Una preghiera Signor Federico Ruffo, ci tenga aggiornati sul processo, sulle sentenze, sull’eventuale condanna, sia gentile, la pubblichi su internet, è un atto pubblico e lei ha tutto il diritto di pubblicarla (per maggiori informazioni https://brunosaetta.it/privacy/pubblicazione-delle-sentenze-e-privacy.html ). Forse ai suoi superiori in RAI un servizio sul processo per diffamazione ai danni di Vessicchio non interesserà ma le posso garantire che a noi, popolo del WEB, gente stufa di leggere bugie di ogni tipo pubblicate da certe pagine juventine, bugie ripetute centinaia, migliaia di volte fino a diventare verità, dogmi indiscutibili, sapere che almeno uno di questi “giornalisti” che spurgano rabbia su calciopoli e su tutto ciò che va contro la Juve, qualora non lo sapesse si chiamano juventini rancorosi, è stato querelato, è un qualcosa che mi riempie di gioia e francamente non credo di essere l’unico a pensarla così. Lei non ha neanche idea di quanto mi riempirebbe di gioia una sua eventuale condanna anche se so che non andrà mai in galera perché “in tema di diffamazione a mezzo stampa l’inflizione della pena detentiva, ancorché condizionalmente sospesa,esige la ricorrenza di circostanze eccezionali” (Cass.  12203/2014) e non è questo il caso. Il fatto poi che uno di questi “juventini rancorosi” che scrivono articoli contro tutto ciò che non depone a favore della Juve è stato querelato da un giornalista serio nonché juventino, non fa altro che accrescere la mia goduria. Mi raccomando egregio signor Federico Ruffo, ci tenga informati.

La strana storia di Romeo e Gianluca Paparesta – Parte Terza. Le pressioni subite dai Paparesta da parte della dirigenza bianconera.

Abbiamo letto nel precedente articolo https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=1112263618922778&id=572120712937074&__xts__%5B0%5D=68.ARCGZSarpUdSuj5erF6IFxKPfJGRwVXqVA6khQpb8LGZ1XlbCdyfcdcbXXWOU7VvSAI0j7Bdr-KL5ybSsuxgyA2hnfHtD6sHAdPRYzSYojcHyL0hSzmMqIFBccR_uoJWvCcl5k9cQrYu7zDkw9MCgMpvnMCsFd7ydg2JS2lmhHb4ir2q0IiIcA&__tn__=-R  che Romeo Paparesta, dopo aver incontrato il figlio all’indomani della partita Reggina Juventus, espresse  verso di lui le sue preoccupazione dicendogli:” “Tu devi parlare con uno di questi dirigenti, visto che non hai scritto niente, che poi oggi ti hanno attaccato e ti hanno distrutto. Adesso chiamo io Moggi e ti faccio parlare, l’importante è che gli fai capire che quello che è successo non deve assolutamente più verificarsi, perché non è possibile che ci si possa comportare in quella maniera nei confronti di uno che ha cercato fare il suo dovere, probabilmente anche sbagliando, però non puoi essere trattato così, anche perché l’attacco mediatico partito nei tuoi confronti non so alla fine che cosa può portare, perché è stato talmente violento”.  Sembrava quasi che Romeo Paparesta avesse paura di qualcosa ma di cosa di preciso? Probabilmente  il suo timore era che anche al figlio accadesse ciò era successo a lui e che aveva posto a termine alla sua carriera e che proprio lui raccontò all’inizio della sua deposizione al processo Calciopoli. Come è finita la carriera di Romeo Paparesta?
Romeo Paparesta ha raccontato in udienza di essere stato dismesso alla fine del campionato 1988/89 e che le sue dismissioni  erano state giustificate da motivi tecnici ma secondo lui non era così. Secondo lui il motivo per cui è stato dismesso è da ricercare nel fatto che grazie ad un suo referto la Juve aveva perso una partita con il Cesena a tavolino per 0-2 sebbene “sul campo” la Juve avesse vinto per 2 – 1.

Il fattaccio avvenne alla fine del primo tempo. Mentre i giocatori rientravano negli spogliatoi infatti, fu fatto scoppiare un mortaletto che causò lo svenimento del giocatore del Cesena Sanguin che non rientrò nel secondo tempo. Romeo Paparesta mise a referto tale episodio e nel referto non fece altro che attestare ciò che aveva visto ossia che il giocatore era svenuto a seguito dell’esplosione di un mortaletto nei suoi paraggi mentre rientrava nello spogliatoio e che nello spogliatoio era esamine. Tale referto, unitamente al referto medico dell’ospedale di Torino, furono sufficienti alla società romagnola per poter presentare ricorso,  vincerlo e ribaltare così il risultato del campo. Se questo episodio non avesse riguardato la Juventus ma una squadra minore, probabilmente non avrebbe avuto alcun genere di ripercussioni sulla carriera arbitrale di Romeo Paparesta ma, secondo lui, fu invece la causa del suo allontanamento dal mondo arbitrale. In particolare Romeo Paparesta ha affermato nella sua deposizione che dopo quella partita cambiò verso di lui l’atteggiamento sia del mondo arbitrale, in particolare l’allora designatore arbitrale Gussoni in più circostanze gli chiese se fosse sicuro che le cose fossero andate come da lui riportato nel referto, sia da parte della stampa che partì con un attacco ferocissimo nei suoi confronti. Ma c’è di più, anche il figlio aveva già subito degli attacchi a suo parere, dopo la finale di ritorno di Coppa Italia 2003/2004 Juventus Lazio.
Come ho già detto nei precedenti articoli, Moggi si era molto lamentato con Romeo Paparesta per via della mancata espulsione di Giannichedda.  Dopo quella partita Gianluca Paparesta non arbitrò per due mesi e, quando chiese spiegazioni a Paolo Pergamo, si sentì rispondere che lui non stava uscendo perché a fine partita aveva concesso un’intervista ad un giornalista. A suo dire il giornalista gli aveva semplicemente chiesto se fosse stata una partita difficile ricevendo risposta negativa da Gianluca Paparesta che a sua volta si complimentò per il comportamento in campo dei giocatori. Nella realtà dei fatti le cose non stanno proprio così. Nella realtà dei fatti, Paparesta disse qualcosina di più, qui il video, la sua intervista incomincia al minuto 5.23.

Ad ogni modo tale giustificazione è apparsa ai Paparesta alquanto strana soprattutto perché sarebbe dovuta essere presa dalla commissione disciplinare e non certo dai designatori ma vi è di più. Premettendo che comunque Gianluca Paparesta, da regolamento,  non poteva concedere interviste, egli, dopo essere stato per un lungo periodo fermo, stando alla deposizione del padre, andò ad arbitrare una partita internazionale. Non specifica nella sua deposizione a quale partita si sia riferito, probabilmente alla partita di Coppa Intertoto  KRC Genk  União de Leiria terminata 0 a 0 e disputatasi il 28 luglio 2004. Il suo  rendimento in campo fu ottimo e infatti l’osservatore arbitrale dell’UEFA, oltretutto amico di Paolo Bergamo, si espresse in termini molto positivi ma, ciò nonostante, i designatori Bergamo e Pairetto nella scheda di relazione gli dettero un voto negativo. Alla richiesta di spiegazioni che Gianluca Paparesta richiese a Bergamo, quest’ultimo scaricò le colpe su Pairetto. Come disse  Romeo Paparesta in tribunale, Bergamo e Pairetto  si scaricarono le colpe a vicenda e il figlio ebbe quindi la sensazione di star ancora pagando l’errore, se di errore si può parlare, di aver arbitrato la partita Juventus Lazio e di non aver espulso Giannichedda.  Questi episodi portarono Romeo Paparesta a convincere il figlio a telefonare a Moggi per chiarirsi. Oltretutto Romeo Paparesta, durante la sua deposizione in udienza, alla precisa domanda  del PM sui motivi che lo avevano portato ad accettare il cellulare “donatogli” da Moggi ha risposto che fra i motivi, oltre a quello di raggiungere il suo scopo di un avanzamento di carriera, c’era anche quello di difendere il figlio da eventuali attacchi della Juve che potessero mettere in pericolo la sua carriera arbitrale come è successo a lui. Questa affermazione, che sa alquanto di arringa difensiva sia per se che per il figlio, non può comunque non avere un fondo di verità. Di certo Gianluca Paparesta dopo che era stato rassicurato di aver avuto un buon voto dall’osservatore arbitrale in occasione di una partita internazionale, era rimasto sorpreso invece dal voto risultante dalla scheda tecnica del designatore e si era sicuramente convinto di star ancora pagando il fatto di non aver espulso Giannichedda nella partita Juventus Lazio non favorendo così, di fatto, la Juve nella vittoria della Coppa Italia; di certo Romeo Paparesta temeva che anche il figlio potesse, dopo la partita Reggina Juventus, subire dalla dirigenza juventina che probabilmente aveva agganci nel mondo arbitrale e federale in genere, lo stesso trattamento che ha subito lui dopo la partita Juventus Cesena. È per questo motivo che ha spinto il figlio a parlare con Moggi e gli ha dato il cellulare con cui parlargli che altro non sarebbe che il cellulare che Moggi gli aveva  dato. Ed ecco qui la famosa telefonata che molti hanno definito la telefonata in cui Gianluca Paparesta implorava Moggi ma che invece i Paparesta volevano che fosse una mera telefona di chiarimenti affinché una cosa del genere non accadesse più.

Nella realtà dei fatti Gianluca Paparesta in quella telefonata disse veramente poco, stando a quanto da lui sostenuto in udienza, gli disse semplicemente “Sono Gianluca Paparesta, volevo un attimo parlare, chiarire determinate situazioni”, il resto lo disse poi, e lo abbiamo sentito tutti, Luciano Moggi. Gianluca Paparesta si vide a questo punto sfiduciato ma il padre Romeo insistette affinché il figlio parlasse con Moggi e gli lasciò il cellulare che a sua volta aveva avuto in dotazione  da lui affinché lo potesse contattare nei giorni successivi. In effetti è questo l’unico punto delle deposizioni di Romeo e Gianluca Paparesta che non  convince del tutto. Possibile che Gianluca Paparesta avuto in consegna dal padre un cellulare con in memoria esclusivamente i numeri di telefono di Moggi e Fabiani e non si sia fatto nessuna domanda? Di fatto Gianluca Paparesta partì per Bagno di Romagna per ritirare un premio e si portò con se il cellulare e, il giorno dopo richiamò Moggi il quale finalmente accettò di interloquire con lui. Cosa si dissero? Stando a quanto affermato da Gianluca Paparesta , ognuno espresse le sue posizioni, Gianluca Paparesta sostenne che avrebbe continuato ad arbitrare tutte le partite sia della Juve che del Milan che dell’Inter che di qualunque altra squadra facendo solo ciò che riteneva fosse giusto fare, Moggi continuò a sostenere che Paparesta andasse sempre a priori a penalizzare la Juve. Ci vogliamo credere? Di fatto possiamo dire che comunque Paparesta e Moggi si sono parlati e in qualche maniera forse si sono anche chiariti e quindi? Possiamo dire che quando in televisione abbiamo assistito a questa scena pietosa abbiamo sostanzialmente assistito ad una pagliacciata?

 

 

Si,lo possiamo dire perché loro si erano già parlati a quanto pare. E poi che successe? Successe che Paparesta tornò  ad arbitrare la Juve nella partita Chievo Juventus in cui non vide un gol fantasma del Chievo oltre ad un sacco di altre sviste arbitrali a favore della Juve che purtroppo in questo video non si possono vedere perché, ironia della sorte, il video degli highlights di quella partita è sparito da You tube in quanto chi diffondeva su questo sito la maggior parte delle immagini delle partite della Juve è stato costretto a chiudere la sua pagina per continue violazioni del copyright.

Dopodiché  arbitrò il 15/05/2005 la partita Juventus Parma, partita oggettivamente senza storia vinta dalla Juve per 2 reti a 0.


Il   19/11/2005 arbitrò Roma Juve 1-4 anch’essa partita senza storia in cui, per dirla tutta, espulse pure un giocatore della Juve e assegnò un rigore discutibile a favore della Roma.

 

Il 12/2/2006 arbitrò poi il derby d’Italia Inter Juventus.

 

 

Il 22/04/2006 arbitrò quindi la partita Juventus Lazio terminata 1-1.

 

Come possiamo vedere dall’analisi di questi filmati, Paparesta arbitrò in maniera più che ottimale le partite della Juventus fatta esclusione delle prima, Chievo Juventus, perché, forse scottato dalla precedente esperienza a Reggio Calabria, commise una serie di errori a favore della Juve. Purtroppo, come già spiegato, il video con gli highlights di quella partita è sparito dal WEB perché il canale che lo condivideva, “Juventus Memories”, è stato chiuso per ripetute violazioni dei diritti di autore ma io l’ho visto a suo tempo, fidatevi sulla parola, per una volta. Oltretutto,comprendendo anche la partita Chievo Juventus, Paparesta ha distribuito  in maniera equa anche i provvedimenti disciplinari, due espulsioni a favore e due contro, 13 ammonizioni a favore e 14 contrarie. In linea del tutto teorica un arbitro così avrebbe dovuto continuare ad arbitrare per lungo tempo invece fu dismesso a 38 anni al termine del campionato 2006/07. Perché? Che è successo? Lo scopriremo e affronteremo meglio nel prossimo articolo, per il momento possiamo concludere questo articolo affermando, senza timore di smentita, che Paparesta era decisamente un buon arbitro che forse avrà subito delle pressioni ma che ha sempre cercato di arbitrare in maniera corretta e non è assolutamente vero ciò che sosteneva Moggi ossia che arbitrasse contro la Juve, semplicemente non la favoriva e questo forse a Moggi non tanto piaceva.

 

Discutendo sul saluto romano, provocazioni a sfondo razziale, sputi vari e altri mostri

Per un giorno metterò da parte l’argomento calciopoli per affrontare invece un argomento di questi giorni ma prometto sin da ora che tornerò presto a parlare di calciopoli perché la storia insegna e non va mai dimenticata. Sappiamo tutti quello che è successo a Torino nella partita Juventus Sassuolo, ad un certo punto, a tempo oramai scaduto, Douglas Costa ha prima mimato una testata e una gomitata in faccia al giocatore avversario Federico Di Francesco per cui è stato ammonito e poi, non contento, gli ha pure sputato in faccia guadagnandosi l’uscita anticipata dal campo. Credo che sia inutile anche postarne il video perché ciò che è successo è a conoscenza di tutti. Sono cose che succedono, per carità, chi è senza peccato scagli la prima pietra, sarebbe stato bello sentirsi dire “ha sbagliato e verrà punito” invece no, non c’è limite al peggio, è partita subito una campagna mediatica in difesa del calciatore bianconero che se ha perso la testa è solo ed esclusivamente per colpa di Di Francesco che lo ha provocato. Il primo a parlare è stato ovviamente Douglas Costa che, tramite il proprio profilo instagram, dopo aver comunque chiesto scusa a tutti tranne che a Di Francesco per il suo gesto, ci mancherebbe, non facciamoci mancare niente, rispondendo ad una tifosa brasiliana che lo ha accusato del triplo gestaccio “testata, gomitata e sputo” ha scritto: “Io mi alzo alle 5 della mattina da quando avevo 12 anni  e tu non sai nemmeno quello che lui (Di Francesco, ndr) mi ha detto…ma va bene… chiedo scusa a chi di dovere, perché so di avere sbagliato”. Apriti cielo, sono partite le ipotesi più disparate, chissà cosa gli ha detto?! Avrà sicuramente insultato con toni razzisti Douglas Costa, ecco si, Di Francesco ha sicuramente provocato, ci sarà sicuramente il labiale. È stata questa oltretutto la linea difensiva di alcuni follower juventini della mia pagina, “ci saranno sicuramente le immagini che immortalano il labiale”, loro le troveranno e anche Di Francesco verrà squalificato. Questa ipotesi del tutto campata in aria mi ha ricordato sin da subito un altro episodio che ha, a mio parere, dell’assurdo e del surreale. Mi è tornata in mente la famosa testata di Zidane a Materazzi per cui alla fine fu squalificato anche il povero Materazzi perché fu lui a provocarlo, almeno a detta di Zidane. Anche in quella circostanza però, nessuno ha mai saputo perfettamente cosa abbia detto Materazzi a Zidane che è stato squalificato solo sulla base di quanto affermato dal francese nelle interviste post partita e nei giorni successivi. Anche questa volta non c’è nessun labiale, non c’è nessuna immagine che inchioda Di Francesco di fronte alla verità e il signor Douglas Costa è sempre rimasto sul vago senza mai specificare in alcun modo cosa gli abbia mai detto Di Francesco. È mia opinione personale che la squalifica a Materazzi fu a dir poco ingiusta perché non suffragata da alcun altra prova ma nel mondo dei balocchi, si sa, le cose cambiano, le realtà vengono distorte e i colpevoli diventano vittime di complotti e tranelli, è già successo con calciopoli perché mai non dovrebbe succedere per uno sputo di un giocatore juventino? Ed ecco qua i vari siti di parte che partono all’attacco di Di Francesco reo di aver provocato il giocatore juventino. Un articolo in particolare mi è rimasto impresso, uno che proprio riprende l’esempio della testata di Zidane a Materazzi e ovviamente lo capovolge a proprio uso e consumo per cui Di Francesco ha provocato Douglas Costa ed è giusto che anche lui paghi con una “qualifica” doppia rispetto a quella che subirà Douglas Costa    https://www.tuttojuve.com/lettera-del-tifoso/lettera-del-tifoso-claudio-qualifica-doppia-per-di-francesco-439028 . Premettendo che Materazzi prese comunque ed ingiustamente una squalifica inferiore a quella che prese Zidane e che fu comunque l’unico a pagarla dato che Zidane si ritirò dopo quella partita, è incredibile a dirsi ma sui presunti  insulti razzisti di Di Francesco la tifoseria bianconera ha calcato la mano sui social anziché chiedere semplicemente scusa. Manco fosse un Bargiggia qualunque, Di Francesco è stato additato come un fascista razzista e a riprova di ciò che hanno messo? Per dimostrare che calciopoli è stato un complotto hanno postato alcune foto che ritraggono Zanetti in qualità di testimonial, Moratti e Narducci presenti alla presentazione di un libro sui mondiali del 1978 a cui unica risposta che posso dare è postargli questo articolo scritto da chi quell’incontro lo aveva organizzato  http://ilmegafonoquotidiano.it/news/vi-spiego-il-complotto-moratti-narducci , per dimostrare che l’Inter ha “rubbato” nel 2010 facendosi aiutare da Walter Gagg a vincere la Champions League hanno postato un articolo di Matteo Marani privo di alcun genere di prova insieme a qualche foto che ritrae Gagg insieme a Moratti e una intercettazione fra Facchetti e De Santis in cui il primo preannunciava al secondo la visita di Gagg in occasione di una partita internazionale, peccato che invece centinaia di intercettazioni telefoniche, contatti su scheda svizzera fra Moggi, gli arbitri e i designatori non siano sufficienti a fargli accettare le sentenze sia sportive che penali inerenti il caso Calciopoli, e per dimostrare che Di Francesco è un fascista razzista hanno postato in massa sui social la foto che lo ritrae mentre esultava facendo il saluto romano alla propria curva dopo aver segnato un gol. Un vero peccato che quella foto non è altro che un fotogramma di una scena completa in cui, nella realtà dei fatti, Di Francesco faceva alla propria curva il saluto militare https://l.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fm.corrieredellosport.it%2Fnews%2Fcalcio%2Fserie-b%2F2016%2F02%2F14-8497866%2Fserie_b_giocatore_del_lanciano_accusato_di_aver_esultato_con_saluto_romano%2F&h=AT36OpJo2anRrw2wYOwURcrc0XoIRGqr-_RNg9-Vlga7IiVHu0UPERFfdvBXV3HersvO4LmuR81jS6NQbZqqPb3WbYinDYfDkVL3tSHHFLD_Y8bVAhxNYlbvoJt3-p0WWTs . Giustamente Di Francesco un po’ se l’è presa, da vittima è diventata carnefice, e lui non ha mancato di rispondere con due tweet sulla pagina ufficiale del Sassuolo     https://www.facebook.com/572120712937074/photos/a.572498079566004/1114490142033459/?type=3&__xts__%5B0%5D=68.ARB0eXuoI5bmlZF4hX5X1CwAJw0wrkRWZk5TEOzbvdSKkjET_pgWnUtb4gP6DeQDHlqXOvWUgTNemgzo7dvKKscfFPOpupNG1HugEDVb4U2tuSw5XmxTNdUF7eyOvdtJUUtWNTi9bA9sleAgLy5Il_FiT0Uo8ZIT9Rowwnjl85mXl-p1ufsbTw&__tn__=-R . Nel primo ha scritto: «Non permetto che mi vengano attribuiti comportamenti e/o frasi razziste che non appartengono ai miei valori etici e che sono frutto dell’immaginazione altrui. Chiedo e pretendo rispetto!», nel secondo ha scritto: «Sono profondamente turbato dalle illazioni e dalle invenzioni apparse su alcuni media nazionali. Tutto questo è offensivo e denigratorio». Stendiamo un velo pietoso sulle risposte o meglio sugli insulti che ha subito da parte dei tifosi bianconeri. Di Francesco sarà sicuramente un fascista razzista, ci saranno sicuramente le immagini che ritraggono il suo labiale in cui lui insulta con toni razzisti Douglas Costa ma il labiale non c’è e il giocatore juventino si è preso dal Giudice Sportivo 4 giornate di squalifica mentre invece, e meno male, Di Francesco non è stato assolutamente sanzionato dalla Giustizia Sportiva a differenza di quanto invece accadde al povero Materazzi. Ed ecco nascere l’altro cavallo di battaglia della tifoseria bianconera, la Juventus non farà ricorso, mica come l’Inter che invece fece ricorso avverso la squalifica a Samuel reo, stando alle immagini televisive, di aver sputato a Nedved mentre questi era di spalle. Peccato che invece Samuel ha sempre affermato di non aver mai sputato contro il giocatore ceco ma per terra e che le immagini televisive hanno questo grande difetto di essere piatte e di non dare quindi il senso della profondità. Fra Samuel e Nedved in realtà c’erano diversi metri di distanza e Samuel stava semplicemente sputando per terra ma questa è un’altra storia. Le immagini del labiale in cui si certifica che Di Francesco ha insultato con toni razzisti Douglas Costa non ci sono e cosa si inventano i cari amici di Giùlemanidallajuve (ma chi vi tocca)? Trovano un video in cui si vede Di Francesco che, in un contrasto con Douglas Costa, gli poggia la mano sul petto e quest’ultimo che cade a terra mettendosi le mani sul volto come colpito da un fulmine e quindi? Di Francesco ha provocato. Stendiamo un velo pietoso? Ma si dai, evitiamo di infierire. La cosa più triste è poi quello che è successo a Madrid in una conferenza stampa in cui il padre Eusebio, allenatore della Roma impegnata questa sera nella difficilissima trasferta al Bernabeu contro il Real ha detto: “Sono indignato per quello che ho sentito su presunte parole dette da Federico. Ha preso uno sputo, un’umiliazione enorme, e non ha reagito. Sono orgoglioso di lui come uomo. È passato quasi da vittima a colpevole sui social, dove alcuni ci hanno augurato la morte. Non dico altro” (fonte https://www.gazzetta.it/Calcio/Champions-League/Roma/18-09-2018/roma-francesco-bisogna-ritrovare-entusiasmo-real-senza-cr7-piu-squadra-2901103808414.shtml ) Cosa c’è di triste in tutto ciò? Che Eusebio Di Francesco, padre di Federico, il giocatore del Sassuolo, ha risposto così, stando a ciò che hanno detto stamane sulla rete televisiva “Mondo Calcio”, canale 152 del digitale terreste, ad una precisa domanda di un giornalista spagnolo mentre invece i giornalisti italiani hanno evitato di tornare sull’argomento per evitare, forse, di andare contro la Juve e i suoi tifosi che rappresentano una buona fetta di mercato. Il tutto mentre già da ieri sera i tifosi juventini si sono lamentati sui social per l’eccessiva esultanza dei telecronisti di SKY per la vittoria all’ultimo minuto dell’Inter in Champions contro il Tottenham perché, secondo loro, i giornalisti devono parlare bene della Juve e gufare le altre, solo così va bene e il bello è che ci riescono pure a imporre i loro dettami, infatti la domanda a riguardo gliel’ha fatta un giornalista spagnolo non uno italiano, uno italiano si guarderebbe bene dal tornare su certi argomenti. Ma come, in campo internazionale non bisognava tifare per le italiane in generale e tifare contro le italiane è da sfigati (cit.)? La realtà dei fatti è che è scientificamente provato che quando il culo brucia la bocca sparla, per favore, cercate di fare risultato contro il Valencia e non cercate giustificazioni che non ci sono ma accettate le cose per quello che sono, Douglas Costa ha sbagliato ed è giusto che paghi, 4 giornate di squalifica sono la giusta punizione, amen.

 

Smontiamo alcuni falsi miti di calciopoli: La strana storia di Romeo e Gianluca Paparesta. Parte seconda

Abbiamo visto nel precedente articolo https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=1065762270239580&id=572120712937074&__xts__%5B0%5D=68.ARA4DU2FTaGQJttd7HTti5X0Txeez_qy_KHaPRhD-vYrNEwPl8joWPTo3-nCvGzxT3xujNtx3sPOc3OYMGeyqThFKgdfRYx9VmODSBejNqYkvADoZw0UW0iGOePzaypyOPZIfWg&__tn__=-R che fu Lanese a portare Romeo Paparesta, padre di Gianluca, arbitro in attività, da Moggi. Abbiamo anche visto, nel precedente articolo, che Moggi ha incominciato quasi subito ad imbonire Romeo Paparesta per cercare, tramite lui, di ammorbidire o meglio allineare gli arbitraggi del figlio. La tattica era semplice, la tattica dei sensi di colpa. Moggi ha incominciato subito a lamentarsi con Romeo Paparesta del fatto che la Juve non aveva vinto la Coppa Italia per colpa del figlio e che il figlio in genere arbitrava sempre contro la Juve. Il tentativo da parte di Moggi di cercare di ammorbidire gli arbitraggi del figlio, fu un qualcosa che ovviamente non sfuggi al padre Romeo e questo comportamento insieme ad altri quali, ad esempio, l’invogliare Romeo Paparesta a continuare a contattare Moggi o le varie riunioni che Lanese ha avuto con Moggi, Mazzini e Giraudo, furono considerati, nel processo di primo grado, tutti elementi indicatori di appartenenza di Lanese al sodalizio criminoso. Alla luce di quanto scritto nel precedente articolo, possiamo quindi già confutare alcune tesi sostenute nelle conclusioni dell’articolo decisamente di parte di JMANIA.it   https://www.facebook.com/permalink.php?story_fbid=1036967919785682&id=572120712937074

1 Moggi non comandava nulla a livello federale, infatti una sua richiesta viene bocciata;

Falso, Moggi aveva molto peso nella formazione delle griglie ed era molto sentito anche a livello federale e questo ce lo dice lo stesso Romeo Paparesta ed è il motivo per cui Lanese lo porta da lui;

2 Il rapporto tra i due non riguardava minimamente Gianluca Paparesta;

Falso, Moggi usa tutti gli espedienti per cercare, tramite il padre, di ammorbidire gli arbitraggi del figlio;

3 Moggi gli ha fornito un cellulare, con una sim e una rubrica ridotta a due numeri, con il quale parlavano esclusivamente del campionato e delle partite delle altre big;

Falso, Moggi cercava sempre, nei vari incontri e colloqui avuti con Romeo Paparesta, di far cadere il discorso  sugli arbitraggi del figlio Gianluca nella speranza di poterli ammorbidire a suo favore e inoltre parlava spesso con lui dei designatori Bergamo, Pairetto e successivamente del designatore Mattei.

Come già detto, il portare Romeo Paparesta di fronte o meglio nella rete di Moggi, unitamente ad altri comportamenti, fu considerato indice di appartenenza di Tullio Lanese al sodalizio criminoso. È incredibile a dirsi ma la sentenza di appello non ha nemmeno preso in considerazione questo episodio e non ci ha fornito nessuna lettura alternativa! Il tutto è a dir poco strano soprattutto se si tiene conto che l’art. 546 del Codice di procedura penale (C.p.p.), afferma al primo comma, lettera e), che la sentenza “contiene la concisa esposizione dei motivi di fatto e di diritto su cui la decisione è fondata, con l’indicazione dei risultati acquisiti e dei criteri di valutazione della prova adottati e con l’enunciazione delle ragioni per le quali il giudice ritiene non attendibili le prove contrarie”. Di seguito poi, sempre alla lettera e) dell’art. 546 C.p.p., vengono specificati mediante elenco numerato, i punti su cui la sentenza deve essere precisa. Proprio al numero 1), viene specificato che la sentenza deve essere precisa con riguardo “all’accertamento dei fatti e delle circostanze che si riferiscono all’imputazione e alla loro qualificazione giuridica”. Premettendo che l’art. 546 C.p.p. si trova all’interno del libro VII riguardante il giudizio di primo grado ma è facile dedurre che tale disposizione si applichi a tutte le sentenze e quindi anche a quelle d’appello, tale anomalia è senza dubbio censurabile. Personalmente avrei preferito pure una interpretazione a dir poco ridicola come quella che ci danno i signori di Ju29ro in questo articolo  http://www.ju29ro.com/archivi/dossier/cantanapoli-il-processo/45-cantanapoli-il-processo/1216-clamoroso-in-aula-per-il-padre-di-paparesta-son-tutte-leggende.html  dove ci dicono che, leggendo fra le righe della deposizione, quali righe non si sa per quel che mi riguarda è una mera autoassoluzione assolutamente priva di fondamento, “forse Lanese voleva semplicemente liberarsene, sbolognarlo a qualcun altro”. A mio parere la mancanza di qualsiasi lettura alternativa a questo episodio doveva essere oggetto di ricorso in Cassazione ma, come ho scritto nel mio precedente articolo,  “ il ricorso dell’accusa non è stato, sul punto, di pregevole fattura”. Si legge infatti alle pagg. 9 e 10 della Sentenza di Cassazione: “Per quanto, in particolare, riguarda l’imputato Lanese Tullio, il ricorrente P.G. dopo aver riportato alcuni passaggi della sentenza di appello nelle pagg. 11 – 17 del proprio ricorso, accenna ad una critica verso la motivazione resa dalla Corte territoriale nelle pagg. 17 e 18: ma si tratta, ancora una volta, di censure del tutto generiche che non si ricollegano alla articolata motivazione del giudice di appello. E, a riprova della genericità dei contenuti del ricorso formulato in relazione alla posizione del Lanese, il P. G. ricorrente ripropone nelle pagg. 19 – 49 alcune parti della sentenza del GUP  quasi a voler far risaltare una carenza motivazionale del giudice di secondo grado sulla base del raffronto del G.U.P. e quella della Corte di  Appello”. Traducendo, il Procuratore Generale (accusa) nel suo ricorso del tutto generico non ha assolutamente rimarcato che nella sentenza di appello questo episodio o meglio questi episodi, il portare Romeo Paparesta nella mani di Moggi e l’invogliarlo a continuare a chiamarlo non siano stati assolutamente presi in considerazione e non ne sia stata data neanche una interpretazione alternativa, fosse pure una ridicola come quella suggerita dai signori di Ju29ro. Nella Sentenza di Appello, le uniche condotte di Tullio Lanese che vengono prese in considerazione ma che vengono considerate, in mancanza di altre prove, deontologicamente scorrete ma penalmente irrilevanti, riguardano solo i vari incontri con Moggi, Giraudo e consoci e l’invito rivolto ad Ingargiola a farsi “i cazzi suoi” riguardante l’incursione di Moggi nello spogliatoio dell’arbitro dopo la partita Reggina Juventus. Non si fa invece alcun cenno al fatto che Lanese abbia portato Romeo Paparesta nella sede della Juve “con ciò presentando allo juventino [Moggi]un nuovo soggetto che avrebbe potuto essere utile alle sue mire” ( pagina 93 Sentenza Giraudo primo grado). Possiamo quindi sostenere, almeno a livello di opinione personale, che forse l’accusa sia stata poco zelante con Lanese ed è forse anche per questo che lui si è salvato? Si, almeno a livello di opinione personale, anche se manca la controprova, possiamo sostenerlo. Come ho scritto, nelle motivazioni della Sentenza di Appello in rito abbreviato, procedimento a cui Lanese, unitamente a Giraudo e ad altri coimputati ha fatto ricorso, viene considerato deontologicamente scorretto anche se penalmente irrilevante l’invito a farsi i “cazzi suoi” rivolto da quest’ultimo a Ingargiola riguardo all’incursione di Moggi nello spogliatoio di Paparesta. Ma che è successo di preciso nello spogliatoio quel giorno dopo quella partita?  Di preciso sappiamo che Moggi è entrato nello spogliatoio e ha protestato in maniera molto energica contro la terna arbitrale, lo sappiamo per certo perché oltre alla testimonianza di Gianluca Paparesta abbiamo appunto l’intercettazione fra Ingargiola e Lanese. Ci sarebbe il famoso punto di domanda anche se, a mio parere, è una domanda assolutamente inutile: Gianluca Paparesta  è stato realmente chiuso nello spogliatoio da Moggi? Cominciamo col mettere in chiaro questo concetto, perché è assolutamente inutile? Perché è totalmente indifferente sapere se Paparesta sia stato chiuso nello spogliatoio per un paio di minuti da Moggi oppure no. Perché se Paparesta rimane chiuso nello spogliatoio per due minuti o anche meno (come io ritengo che sia successo), non c’è reato. Affinché sussista il reato di “Sequestro di persona”, per giurisprudenza costante , l’impossibilità di muoversi , la costrizione in un determinato posto, deve essere prolungata per un periodo considerevole. Non si specifica in giurisprudenza quanto deve essere lungo questo periodo affinché possa essere considerato “considerevole” ma di certo non può trattarsi di un paio di minuti o forse anche meno. Volendo ci si potrebbe quindi accontentare della versione ufficiale, ossia che mai Moggi ha chiuso nello spogliatoio Paparesta. Il tutto, a mio parere, sarebbe totalmente credibile se Paparesta appena queste voci inerenti al suo “rapimento” fossero state messe in circolazione le avesse subito smentite con forza. Le cose non sono assolutamente andate così. Anzi per un lungo periodo si è vociferato della sua chiusura nello spogliatoio per esempio in questo articolo datato 14/05/2006  http://www.ilgiornale.it/news/paparesta-ostaggio-scudiero-oggi-campo-spiare-juve.html  o in quest’altro del giorno prima http://www.tgcom24.mediaset.it/sport/articoli/articolo309553.shtml salvo poi una sua smentita avvenuta ufficialmente solo nel luglio del 2006 e oltretutto dal suo legale    https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/notizie-nascoste/51149/calciopoli-il-legale-dell-arbitro-paparesta-il-sequestro  . Possiamo anche pensarla così, Paparesta viene chiuso nello spogliatoio per un paio di minuti o forse anche meno poi  qualcuno ha riaperto subito la porta. Questa versione è oltretutto quella che lo stesso Moggi racconta al telefono al suo amico il giornalista Tony Damascelli  https://www.facebook.com/572120712937074/photos/a.1000321333450341/1082550031894137/?type=3&theater

Supponiamo il caso che sia accaduto realmente questo.  Paparesta si sarebbe trovato, una volta che i fatti sono diventati pubblici, di fronte a due possibilità, confermare oppure negare. Valutiamo i pro e contro di queste due possibilità:

Confermare: in tal caso Paparesta avrebbe avuto, se costituitosi parte civile nel processo contro Luciano Moggi e sempre che tre gradi di giudizio avessero stabilito la sussistenza del reato e quindi avessero considerato il tempo passato da Paparesta chiuso in uno spogliatoio comunque considerevole e comunque imputabile a Moggi, diritto ad un risarcimento.
Risarcimento che sarebbe stato comunque poco remunerativo considerando comunque il tempo minimo passato nello spogliatoio. Passiamo ai contro: Paparesta sarebbe passato a vita come quello che è stato chiuso nello spogliatoio da Moggi con un notevole e mai effettivamente quantificabile danno di immagine. Ci sarebbe comunque l’eventualità da non sottovalutare che, in tre gradi di giudizio, il tempo passato da Paparesta nello spogliatoio non venisse, scusate il gioco di parole,  considerato “considerevole” e quindi Paparesta non sarebbe stato considerato vittima di un reato e non avrebbe avuto diritto ad alcun risarcimento. Di fronte a queste eventualità è ovvio che qualunque avvocato gli consiglierebbe di lasciar perdere. Ovviamente la mia è una ricostruzione del tutto ipotetica e assolutamente priva di alcun genere di prova ma permettetemi il sospetto dovuto a questa non immediata smentita da parte Paparesta dell’episodio riguardante la sua chiusura all’interno dello spogliatoio. Il tutto comunque è assolutamente irrilevante. Che Paparesta sia o no rimasto chiuso per qualche minuto o anche meno  dentro lo spogliatoio, nell’economia della nostra storia conta veramente poco. Di certo trovo assolutamente poco credibile ciò che è scritto a pagina 428 della sentenza Casoria https://www.facebook.com/572120712937074/photos/a.1000321333450341/1013518352130639/?type=3&permPage=1  ossia che Paparesta abbia letto sulla stampa che ci fosse stato un arbitro chiuso nello spogliatoio ma che non immaginasse assolutamente che si parlasse di lui. A maggio, come abbiamo visto, tutto il mondo era a conoscenza della sua presunta chiusura nello spogliatoio, possibile che solamente lui non lo sapesse? Possibile che solamente a luglio abbia avuto la percezione che la storia dell’arbitro chiuso nello spogliatoio lo riguardasse personalmente e abbia deciso di smentirla tramite il suo avvocato? Non è più probabile la mia versione ossia che lui si sia consultato con il suo avvocato, si sia reso conto che ne aveva più da perdere che da guadagnarci e di comune accordo abbiano deciso di smentirla? Dettagli in fin dei conti irrilevanti, che Moggi abbia lasciato chiuso oppure no nello spogliatoio per un paio di minuti o anche meno Paparesta non cambia molto, come ho già detto, nell’economia della nostra storia. A riprova è infatti interessante leggere ciò che è scritto a pagina 26 della Sentenza di primo grado in rito abbreviato Giraudo: “Va aggiunto che è un dato pacifico che Moggi, in un impeto di rabbia causatogli dalla direzione di gara, chiuse il povero Paparesta nello spogliatoio, guadagnandosi, così,un’improbabile accusa di sequestro di persona, nella quale fu coinvolto anche Giraudo”. A riguardo vanno messi in chiaro alcuni concetti: nel rito abbreviato le prove così come acquisite durante le indagini preliminari non vengono contestate in aula, vengono tutte date per buone e sulla base di queste si procede a sentenza. In cambio di questa speditezza processuale l’imputato, se condannato, ha diritto ad uno sconto di un terzo della pena. Il pool investigativo, come ben sappiamo, con le intercettazioni telefoniche, aveva raccolto le prove per poter giungere alla conclusione che Paparesta fosse rimasto chiuso nello spogliatoio e tali prove furono ovviamente, nel rito abbreviato, date per buone e non furono poste (altrimenti non sarebbe rito abbreviato) a contraddittorio. Come diceva sempre il mio dominus (colui con cui ho fatto pratica forense), il rito abbreviato si richiede in due casi:

  1. Quando le prove raccolte sono talmente evanescenti che, senza ricorrere al contraddittorio tipico del rito ordinario dove tutti i testimoni vengono nuovamente ascoltati e le prove raccolte sono tutte sottoposte al vaglio del contraddittorio, è probabile che l’imputato venga ugualmente assolto;
  2. Quando le prove sono talmente schiaccianti che è inutile cercare di confutarle con il rito ordinario ed è meglio ricorrere al rito abbreviato che premia l’imputato con uno sconto di un terzo della pena.

Quindi, nel rito abbreviato a cui hanno adito Lanese, Giraudo e altri imputati (il motivo per cui hanno scelto questo rito ovviamente non posso conoscerli, qualcuno può pensare che sia il primo, altri il secondo)è stato dato per certo che Moggi abbia chiuso nello spogliatoio Paparesta e ciò nonostante l’accusa di sequestro di persona viene definita “improbabile”. Perché? Perché molto probabilmente, a parere del Giudice, essere chiuso in uno spogliatoio per qualche minuto o anche meno non è da considerarsi un tempo sufficiente perché possa sussistere il reato di “Sequestro di persona”. Probabilmente alla medesima conclusione sarà giunto anche l’avvocato di Paparesta che potrebbe avergli consigliato di soprassedere. Il tutto, ovviamente, giova ribadirlo, è e rimarrà sempre una mia opinione personale priva di alcuna prova concreta.
Chiusa questa parentesi su cui penso di essermi dilungato anche troppo,  vorrei invece soffermarmi sull’altra parte del passo della sentenza in rito ordinario di primo grado (la Sentenza Casoria), di cui sopra ho riportato il link, inerente i motivi che hanno spinto Gianluca Paparesta a non refertare nulla riguardo l’incursione di Moggi nel suo spogliatoio dopo la partita Reggina Juventus. A quanto pare, in sede di indagini preliminari, Paparesta, sentito dai Carabinieri, ha affermato di non aver redatto nessun referto inerente la sfuriata di Moggi nel suo spogliatoio per timore che il tutto gli avrebbe portato una consistente compromissione della sua carriera arbitrale mentre invece, sentito in udienza, si è trincerato dietro la giustificazione più decorosa di averlo fatto per non acuire ulteriori tensioni perché tanto, come da lui affermato in udienza,  anche se avesse segnalato il tutto al giudice sportivo, Moggi se la sarebbe cavata con qualche giornata di squalifica che per un dirigente, a differenza di quanto accade per un giocatore, è una punizione assolutamente insignificante. Quale di queste due versioni è la più veritiera? Io dico la prima, quella fornita ai carabinieri in sede di indagini preliminari, qualcuno è anche liberissimo di dire la seconda, ciò che conta è che comunque Paparesta abbia omesso di segnalare il tutto. Viene in questo momento in mente l’incursione di Facchetti prima della partita Cagliari Inter nello spogliatoio di Bertini (la famosa battuta del 4-4-4) il quale invece non mancò di segnalarlo immediatamente al designatore. Forse nei confronti di Facchetti non c’era tutto questo timore reverenziale. E poi che succede il giorno dopo la partita Reggina Juventus? Succede che, stando a quanto raccontato sia da Gianluca che da Romeo Paparesta  in udienza, dopo aver dormito a Reggio Calabria in albergo, Gianluca Paparesta cerca o meglio spera di incontrare Moggi all’aeroporto di Lamezia Terme per potersi chiarire sull’accaduto e dirgli che quello che è successo non dovrà mai più succedere perché altrimenti assumerà atteggiamenti diversi . Questo incontro comunque non avviene e, stando alle  deposizioni sia di Romeo che di Gianluca Paparesta, il giorno dopo incominciò un attacco mediatico sia tramite trasmissioni sportive che tramite i giornali. Romeo Paparesta ricorda perfettamente che i giornali in prima pagina intitolavano tutti “Scandalo a Reggio Calabria” ma non cita, probabilmente perché non ricorda, il linciaggio mediatico che subisce il figlio ad opera di Biscardi nella sua nota trasmissione televisiva. Sappiamo tutti, non fosse altro perché un po’ tutti abbiamo visto la Fiction “Operazione Off Side” su LA7, che Moggi si attivò personalmente affinché incominciasse immediatamente il linciaggio mediatico nei confronti di Gianluca Paparesta al Processo di Biscardi. Spesso mi sono sentito dire che comunque il Processo di Biscardi era una trasmissione con un bassissimo share ma resta comunque il fatto che Moggi aveva una forte influenza su diversi strumenti di informazione e non solo quella trasmissione sportiva.  È risultato dalle indagini che Moggi avesse anche l’appoggio di una serie di giornalisti a lui graditi che, in cambio di interviste esclusive, anticipazioni sul mercato e via discorrendo, erano disposti a fare servizi televisivi e di stampa pro Juve. Cito a memoria fra questi Giorgio Tosatti, Franco Melli, Lamberto Sposini, Gianni Di Marzio che rivestiva il doppio ruolo di giornalista sportivo e di osservatore della Juventus, Tony Damascelli, Mauro Sandreani, Ciro Venerato  ed altri come Enrico Varriale che in una intercettazione (prog. 151) conforta Moggi dandogli ragione nelle lamentele sugli errori dell’arbitro Paparesta nella partita Reggina Juventus, sorprendendosi oltretutto del fatto che non ci sia stata una compensazione nel secondo tempo dopo che il rigore del primo tempo “lo hanno visto pure i ciechi”. Il passaggio più interessante comunque è quello in cui Moggi suggerisce un confronto tra l’episodio di Reggio e un rigore dato da Paparesta al Milan tempo prima, e Varriale si offre di andare a recuperare le immagini televisive dell’episodio perché effettivamente “quello è una cosa da vedè”. È molto probabile che Moggi si riferisse a questa partita.

Perché ritengo questo passaggio interessante? Perché poi, stando a certi deliri di cui parlerò nei prossimi articoli, Paparesta è stato definito da certi “signori” come “un arbitro vicinissimo al Milan, non dimentichiamolo” (Cit. di tale “ossimoro” blogger  juventino). Perché Paparesta era un arbitro che secondo Moggi e questo pensiero in più circostanze lo ha esposto a Romeo Paparesta, arbitrava contro la Juve e a favore delle Milanesi. Ad ogni modo c’è da dire che, ammesso e non concesso che Moggi si riferisse nel colloquio con Varriale a questa partita, Paparesta non aveva dato in precedenza un rigore decisamente più netto a favore del Milan per un contrasto su Shevchenko.  Tornando ai giornalisti invece, tanto per fare altri esempi, c’erano anche giornalisti come Giacomo Bulgarelli che chiedevano raccomandazioni a Moggi per poter lavorare per SKY  https://www.facebook.com/572120712937074/photos/a.962609500554858/1090815024400971/?type=3&theater

e di contro invece c’erano giornalisti come la Sannipoli che, rea di aver fatto confessare a Zambrotta di aver accentuato la caduta in occasione del rigore decisivo in un Juventus Bologna del 5 ottobre 2003, arbitrata guarda caso proprio da Paparesta ,

non erano graditi a Moggi per cui non concedeva a lei alcun genere di intervista.  Premettendo quindi che questo episodio comunque a favore della Juve Moggi, chissà perché, non se lo ricordava mai quando parlava con Romeo Paparesta degli arbitraggi del figlio, è facile intuire come sia stato facile per lui sferrare un attacco mediatico contro Paparesta reo, a suo dire, di arbitrare sempre contro. È proprio di questo attacco mediatico “assurdo e spropositato”, stando alle parole di Romeo Paparesta in udienza, che discute col figlio quando lui ritorna a Bari ed è qui che a pranzo lui gli dice: “Tu devi parlare con uno di questi dirigenti, visto che non hai scritto niente, che poi oggi ti hanno attaccato e ti hanno distrutto. Adesso chiamo io Moggi e ti faccio parlare, l’importante è che gli fai capire che quello che è successo non deve assolutamente più verificarsi, perché non è possibile che ci si possa comportare in quella maniera nei confronti di uno che ha cercato fare il suo dovere, probabilmente anche sbagliando, però non puoi essere trattato così, anche perché l’attacco mediatico partito nei tuoi confronti non so alla fine che cosa può portare, perché è stato talmente violento”. Sembrava quasi che Romeo Paparesta avesse paura, ma di cosa di preciso? E che succede dopo? Lo racconterò nella prossima puntata. Per ora penso di che sia giusto concludere questo articolo dicendo che, stando a quei due filmati che abbiamo visto, non è assolutamente condivisibile la teoria di Moggi per cui Paparesta era un arbitro che favoriva esclusivamente le milanesi e andava perennemente contro la Juve infatti, ha si negato un rigore sacrosanto alla Juve nella partita contro la Reggina ma è anche vero che ha assegnato un rigore molto dubbio nella partita Juventus Bologna mentre invece ha negato un rigore decisamente più evidente al Milan per un fallo su  Shevchenko per darne poi un altro decisamente più generoso. La realtà dei fatti è che l’arbitro è un uomo e può sbagliare, che bisogna accettare le decisioni arbitrali quando sono sfavorevoli e che gli errori alla fine si compensano sempre. Facile a dirsi, facile pontificare sulla famosa “cultura della sconfitta” quando gli arbitri sbagliano a tuo favore, un po’ meno quando sbagliano a tuo svantaggio.