Salve a tutti, come noi ben sappiamo, Gazzoni ha convenuto di fronte al giudice civile la Juve e la Fiorentina per il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali a seguito dei fatti di “calciopoli”. Cosa sia il danno patrimoniale ne ho già, penso abbondantemente, parlato nel mio precedente articolo, quando ho affrontato il tema dell’art. 2043 c.c. Sintetizzando possiamo dire che, nel nostro caso, il danno patrimoniale è il danno economico costituito da danno emergente e lucro cessante che ha subito il Bologna e con lui Gazzoni, per la sua retrocessione. Per tutto il resto andatevi a rileggere il mio precedente articolo. È giunto adesso il momento di parlare dei danni non patrimoniali ed in particolare dei danni morali di cui Gazzoni ha chiesto il risarcimento a seguito dei fatti di “Calciopoli”. Cominciamo con il ricordare cosa dice l’art. 185 del codice penale: “Ogni reato obbliga alle restituzioni a norma delle leggi civili.
Ogni reato, che abbia cagionato un danno patrimoniale o non patrimoniale, obbliga al risarcimento il colpevole e le persone che, a norma delle leggi civili, debbono rispondere per il fatto di lui”.
Allora, sulle “persone che debbono rispondere del fatto di lui”, per esempio la Juve per Moggi a norma delle leggi civili, ne parleremo nel prossimo articolo. Concentriamoci ora su cosa siano i danni “non patrimoniali”. Essi sono previsti dall’art. 2059 del codice civile che sancisce che “Il danno non patrimoniale deve essere risarcito solo nei casi determinati dalla legge”. Uno dei casi sanciti dalla legge dove il danno patrimoniale deve essere risarcito è appunto in caso di reato perché espressamente previsto dall’art. 185 c.p. che rappresentava in passato, con rare eccezioni di modesta portata, l’unica norma in grado di assicurare una tutela monetaria per i danni non patrimoniali e in particolare per il danno morale. Dottrina e giurisprudenza hanno da sempre riconosciuto un autonomo spazio applicativo al danno morale, da intendersi come sofferenza transuente, turbamento psicologico contingente dell’individuo in dipendenza del fatto illecito ma il problema dell’ambito entro cui il diritto positivo accordi una riparazione per evenienze lesive di natura non patrimoniale è stato oggetto negli anni di attenzione da parte della giurisprudenza soprattutto per cercare di delimitare quali siano i casi determinati dalla legge. Premettendo che non ci siano dubbi quindi a risarcire il danno morale in caso di reato, problemi ci sono invece stati per esempio da parte della giurisprudenza a risarcire il danno morale conseguenza del danno alla salute che è un bene protetto dalla Costituzione all’art. 32 (vedi sotto) in caso di mero illecito civile. Sia la dottrina che la Giurisprudenza era avversa alla  possibilità di una tutela dimidiata del bene della salute, in quanto ristretta alle ipotesi di comportamenti penalmente rilevanti . L’unico veicolo per salvaguardare la tutela della salute dalle illecite interferenze altrui era allora l’incasellamento dei pregiudizi alla stessa recati nell’ambito del disposto di cui all’art. 2043 c.c., la cui maggior duttilità applicativa consentiva di eludere le limitazioni poste dall’art. 2059 c.c considerando il vulnus inferto all’integrità psicofisica del danneggiato alla stregua di un danno patrimoniale, sub specie di perdita della capacità di produrre reddito. Le perplessità destate da detta ricostruzione emersero con veemenza nel noto caso Gennarino (Tribunale di Milano, 1971), che subì una grave lesione per effetto di un incidente stradale nel quale la colpa dell’altro conducente era stata accertata in ossequio alle limitazioni probatorie poste dal codice civile (più probabile che non) e non in ossequio alle limitazioni probatorie poste dal codice di procedura penale (al di la di ogni ragionevole dubbio). Essendo il danneggiato figlio di un calzolaio, applicando le coordinate ora tracciate, al medesimo non spettava alcunché ne in virtù dell’art. 2059, in difetto di una condotta accertata con i canoni dell’ordinamento penale, ne alla luce dell’art. 2043 non esprimendo il soggetto una significativa capacità reddituale. Tale visione reddituale della salute, che ragguagliava il danno inferto alla medesima alla perdita della capacità lavorativa specifica del danneggiato, comportava enormi disparità di trattamento a seconda della attività lavorativa condotta dalla vittima dell’illecito, a fronte della lesione di un bene di rango fondamentale e per il quale la gravità del vulnus  inferto prescinde da considerazioni di ordine patrimoniale. Il tutto costrinse la giurisprudenza ad abbandonare il concetto di capacità lavorativa specifica in favore di una capacità lavorativa generica determinata con delle tabelle di cui parleremo in altri articoli, intesa come una potenzialità o attitudine astratta a svolgere un lavoro presente in qualsiasi individuo che fu suggellata con la sentenza della Corte Costituzionale del 14 luglio 1986 n. 184. Si delineava così, l’evanescente nozione di danno evento, risarcibile in quanto eziologicamente riconducibile al contegno illecito del danneggiante, senza aver riguardo alle evenienze lesive scaturite dalla lesione di tale diritto fondamentale. La nozione di danno biologico, inteso quale vulnus inferto all’integrità psicofisica del soggetto, suscettibile di accertamento medico legale, riceveva così l’avvallo della giurisprudenza costituzionale, che peraltro continuava a sussumerlo nel disposto di cui all’art. 2043 c.c., alla luce dell’ampia nozione di patrimonio poc’anzi tracciata.  Le sentenze gemelle 8827 e 8828 del 2003 della cassazione che sancirono il diritto al risarcimento dei congiunti per la morte di un parente  per cui  “Non sussiste alcun ostacolo alla risarcibilità del danno non patrimoniale in favore dei prossimi congiunti del soggetto che sia sopravvissuto a lesioni seriamente invalidanti”, pur occupandosi del danno conseguente alla lesione di interessi essenziali dell’individuo diversi dalla salute, affermarono un principio estensibile, come esse stesse sancirono, anche al danno biologico ossia il danno alla salute. In particolare tali pronunce chiarirono che non è l’offesa all’interesse di rango costituzionale ad essere ex se risarcibile, ma le evenienze lesive che ne conseguono sugli aspetti non patrimoniali della vita del danneggiato. Si superò, quindi, l’empasse derivante dal dato letterale dell’art. 2059 c.c. affermando che tra i casi, determinati dalla legge, in cui è ammesso il risarcimento del danno non  patrimoniale non possono non rientrare le conseguenze pregiudizievoli determinate dalle lesioni inferte ai diritti inviolabili dell’uomo, nella specie il diritto alla salute, tutelato a livello costituzionale mercé la previsione di cui all’art. 32 Cost. Il danno biologico si connota così come un danno conseguenza, disfunzionale, perché riconnesso all’alterazione di funzionalità necessarie per l’equilibrio psicofisico, aredittuale , in quanto prescinde dalla capacità economica del danneggiato, primario, in quanto va liquidato prima di ogni altra voce di pregiudizio e onnicomprensivo rientrando nel medesimo ogni risvolto negativo che la deminutio della salute determini sulla vita del soggetto. Si ricondusse così il risarcimento del danno da lesione di diritti inviolabili, di stampo ovviamente non patrimoniale, nella sedes materiae, senza peraltro incorrere in quelle limitazioni che rendevano ineffettiva la tutela risarcitoria. Ne derivò l’inquadramento di tali tipologie di danno nell’ambito dei danni conseguenza, attraverso una ricostruzione metodologicamente corretta che venne recepita, in tema di danno biologico, dalla sentenza n. 233 del 2003 emessa dalla Corte Costituzionale, nonché da diverse pronunce della Cassazione dell’anno successivo (si vedano a titolo di esempio Cass. 20 /2/2004 n. 3399; Cass. 24/4/2004, n. 7730. Le coordinate tracciate dall’evoluzione giurisprudenziale in tema di danno biologico, determinate dalla necessità di accordare una tutela risarcitoria alle evenienze lesive che scaturiscono dalla violazione di un diritto fondamentale del soggetto qual è la salute, sono state presto applicate anche per la riparazione di pregiudizi non patrimoniali derivanti dalla violazione di altri diritti inviolabili dell’uomo. È, invero, l’illecito extracontrattuale (ossia il danno che cagiona una persona ad un’altra a cui non è legata da un rapporto contrattuale, vedi articolo precedente ), traducendosi in una indebita interferenza nella sfera giuridica altrui, spesso impatta sui beni personali del soggetto, dando luogo a pregiudizi che incidono sulla sfera latu sensu morale. In queste ipotesi il parametro costituzionale di riferimento, in luogo dell’art. 32 cost., è costituito dall’art. 2 della Costituzione (vedi sotto), letto in combinato con i singoli disposti costituzionali e internazionali che presidiano gli specifici interessi essenziali dell’individuo. In un primo momento, in perfetto parallelismo con quanto riscontrato in tema di vulnus all’integrità psicofisica, si è ritenuto di collocare tale tipologia di pregiudizio presto etichettato come esistenziale, nell’ambito dell’art. 2043 c.c. considerando i diritti fondamentali del danneggiato quali poste del patrimonio del soggetto e così tentando di “bypassare” le strettoie poste dell’art. 2059 c.c. al ristoro dei danni non patrimoniali.  In tal senso è per esempio la sentenza di legittimità n. 7713 del 2000, che ha esplicato la necessità di assicurare un’adeguata tutela ai diritti fondamentali della persona, atteso che l’offesa agli stessi rivolta si concretizza in un pregiudizio di stampo esistenziale alla vita di relazione. La detta pronuncia ha inquadrato la responsabilità per violazione di diritti fondamentali nell’ambito della norma di cui all’art. 2043 c.c., rivisitata alla luce di una lettura costituzionalmente orientata, sulla scia di quanto asserito dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 184/1986 con riferimento al danno biologico. È nato così, nella giurisprudenza della Corte di Cassazione, il danno esistenziale, da intendersi quale pregiudizio che la lesione arrecata ad un interesse essenziale del soggetto provoca sul suo fare reddituale, sulla sua vita di relazione, sulla sua capacità di inserirsi nei contesti sociali esprimendo al meglio la sua personalità. Il danno esistenziale si estrinseca in rinunce ad attività che siano fonti di benessere per il danneggiato e dunque nella compromissione delle sue abitudini e delle sue capacità espressive. L’inquadramento di tale tipologia di danno nel disposto dell’art. 2043 c.c. venne superato nel 2003 dalle succitate due decisioni gemelle di legittimità che ricondussero ogni pregiudizio di stampo non patrimoniale derivante dalla lesione dei valori inerenti alla persona nell’ambito dell’art. 2059 c.c. Tanto avvenne senza contraddire il principio, espresso da tale norma, della tipicità dei casi di riparabilità dei danni non economici. L’operazione esegetica poggiava infatti sull’interpretazione della nozione di legge, ricomprendendo nella stessa anche la legge costituzionale. Ne conseguì che ogni ipotesi di violazione di diritti scolpiti da norme costituzionali poste a presidio di interessi della persona da cui scaturiscono evenienze lesive di natura non patrimoniale imponesse un ristoro. All’indomani delle rivoluzionarie pronunce nn. 8827 e 8828 del 2003 alcuni autori hanno ritenuto che ai fini del ristoro di un danno non patrimoniale fosse necessaria la lesione di un diritto fondamentale anche in ipotesi di fatto integranti reato. Si  trattava di una lettura forzata delle dette sentenze, le quali hanno affrontato il diverso problema concernente l’esigenza di garantire la tutela risarcitoria per le offese inferte ai diritti inviolabili, ove non soggetto di una previsione legislativa puntuale, ritenendo pertanto di avallare un’esegesi ampia del termine “legge” di cui all’art. 2059 c.c. Se si applicassero tali coordinate anche alle ipotesi tipiche, ed in primis alle fattispecie di reato già comunque coperte dall’art. 185 c.p., si opererebbe una lettura restrittiva del disposto di cui all’art. 2059 c.c. La spiegazione di ciò risiede nella circostanza che i fatti meritevoli della “sanzione” risarcitoria sono già selezionati a monte dal legislatore, il quale, nei casi di reato, ha già apprestato, in conseguenza della gravità degli stessi, la risposta ordinamentale più dura e cioè il rimprovero penale. Il tutto, inoltre, rappresenterebbe comunque un falso problema anche perché il reato è, come la dottrina più recente (Fidanca Musso) lo ha definito, “ogni fatto umano previsto dalla legge, in modo tassativo ed irretroattivamente, attribuibile al soggetto, sia psicologicamente sia causalmente, offensivo di un bene giuridico costituzionalmente rilevante o, comunque, non incompatibile con i valori costituzionali”.                                                      Fino alle Sentenze di Cassazione del 2003, si riteneva che i concetti di danno non patrimoniale e danno morale fossero coincidenti, con il precipitato di riconoscere la tutela per equivalente prevista dall’art. 2059 c.c. solo per tale voce di danno. La lettura restrittiva della nozione di danno non patrimoniale si accompagnava peraltro ad un’esegesi rigorosa del termine di legge, intendendosi per tale solo la legge ordinaria. Il rimedio risarcitorio in caso di danni non economici veniva allora accordato quasi esclusivamente in ipotesi di reati. La svolta giurisprudenziale del 2003, che ha ricondotto nella sfera applicativa dell’art. 2059 c.c. anche i danni conseguenti alla violazione di diritti fondamentali, ha fatto tramontare la pluridecennale coincidenza tra danno non patrimoniale risarcibile e danno morale, relegando quest’ultimo a species del primo. A riguardo, le citate sentenze di legittimità, chiarirono che “il rinvio ai casi in cui la legge consente la riparazione del danno non patrimoniale può essere riferito, dopo l’entrata in vigore della Costituzione, anche alle violazioni della legge fondamentale, atteso che il riconoscimento nella costituzione dei diritti inviolabili inerenti alla persona ne esige la tutela, ed in tal modo configura un caso determinato dalla legge, al massimo livello, di riparazione del danno non patrimoniale”. È invero, nel caso in cui l’illecito  leda un diritto inviolabile della vittima il risarcimento per equivalente ossia in forma economica, ove non sia praticabile la tutela in forma specifica, costituisce la forma minima di tutela, “ed una tutela minima non è assoggettabile a specifici limiti, poiché ciò si risolve in un rifiuto di tutela nei casi esclusi”. Le pronunce della Corte Cassazione, inoltre, specificarono che il danno derivante dalla violazione di interessi della persona è un danno conseguenza, non rilevando ex se il vulnus recato ai beni protetti da norme di rango primario quanto piuttosto le conseguenze pregiudizievoli di carattere non economico che tale lesione abbia ingenerato. Ne deriva, sul piano probatorio, l’esigenza di dimostrare, oltre al danno evento, anche le ripercussioni negative del medesimo determinate e la causalità giuridica che riconnette le stesse alla lesione dei valori fondamentali dell’individuo. Non ogni menomazione della sfera esistenziale del danneggiato va dunque ricompensata, ma solo quelle che siano eziologicamente riconducibili all’offesa ad un bene  costituzionalmente inerente alla persona, con conseguente selezione dei pregiudizi risarcibili. L’inquadramento del danno esistenziale nel disposto di cui all’art. 2059 c.c. non importa lo snaturamento della fattispecie risarcitoria. L’art. 2059 c.c. infatti non delinea una distinta figura di illecito extracontrattuale produttiva di danno non patrimoniale, “ma, nel presupposto della sussistenza di tutti gli elementi costitutivi della struttura dell’illecito civile, consente, nei casi determinati dalla legge, anche la riparazione dei danni non patrimoniali” (Cass. N. 8828/03). La tesi ora esposta è stata confermata, salvo qualche rara eccezione (Cass. Civ., sez III 18 /4/ 2007, n. 9233), dalla successiva giurisprudenza di legittimità e, quindi, dalle S.U., con le quattro sentenze gemelle del 2008 (Cass. Sez. Un. Sent. 12/11/2008 n. 26972, 26973, 26974 e 26975). Il danno esistenziale è stato al centro di numerose dispute dottrinali e giurisprudenziali concernenti la sua stessa riconoscibilità, la sua natura di danno evento o conseguenza, la sua liquidazione e, soprattutto, i rapporti intercorrenti tra il medesimo e le altre voci di danno non patrimoniale. Da una parte vi era chi riteneva indefettibile, in un sistema costituzionalmente orientato, fondato sull’incommensurabile valore della persona umana, il ristoro, in via autonoma delle ripercussioni negative sul piano esistenziale cagionate da un torto extracontrattuale che può essere, lo ricordiamo, un reato come anche un qualsiasi altro danno subito (es. danno alla propria abitazione a seguito di infiltrazioni di acqua, alla propria autovettura a seguito di un incidente e così via). All’opposto si collocava l’orientamento secondo cui un simile opinare induceva facili duplicazioni risarcitorie, con il rischio di stravolgere la funzione della responsabilità aquiliana, che è appunto quella di accordare al danneggiato l’equivalente monetario dei pregiudizi sofferti a causa di una illecita interferenza altrui. La funzione riparatoria dell’illecito civile rischiava di essere frustrata ove si corrispondeva al danneggiato una somma superiore al danno patito dando, al surplus monetario conseguito,  natura di pena privata atta a sanzionare un comportamento colpevole piuttosto che a riparare un danno ingiusto. Un simile timore era acuito da un utilizzo spesso distorto della nozione di danno esistenziale. Ed invero, si registrarono numerose pronunce dei giudici di pace che accordarono tutela risarcitoria ai c.d. danni bagatellari (per citare alcuni esempi, al danno derivante da un errato taglio di capelli, dal black out elettrico, dal ritardo di un volo aereo), ovverosia a quei disagi, ansie, stress, angosce che spesso originano da una intromissione altrui nella vita quotidiana. È peraltro chiaro che in tali ipotesi, più che discutere intorno all’autonoma risarcibilità del danno esistenziale, è apparso più proficuo interrogarsi a monte sull’esistenza di un danno ingiusto da risarcire, atteso che sembra difettare ab origine la stessa lesione di una posizione giuridica fondamentale tutelata dalla Carta Costituzionale. Quanto ora esposto è stato ribadito dalle quattro sentenze gemelle delle Sezioni Unite del novembre del 2008 (Cass. Sez. Un. Sent. 12/11/2008 n. 26972, 26973, 26974 e 26975), che rimarcando l’assoluta correttezza della tesi per cui, per ottenere un risarcimento per danno non patrimoniale, devono essere lesi i diritti inviolabili dell’uomo sanciti dalla Costituzione,  specificarono che “il pregiudizio di tipo esistenziale […] è quindi risarcibile solo entro il limite segnato dalla ingiustizia costituzionalmente qualificata dell’evento di danno. Se non si riscontra lesione di diritti costituzionalmente inviolabili della persona non è data tutela risarcitoria”. Il giudice di legittimità, in queste sentenze, inoltre, muovendo dalla considerazione che la funzione ma al contempo il limite della tutela aquiliana, è il ristoro di un danno ingiusto, ritenne che non fosse consentito al giudice moltiplicare le tipologie di danni risarcibili, sub specie di danno esistenziale, di danno morale, di danno biologico, di danno estetico, di danno alla vita di relazione, ecc., ma che occorresse procedere ad una liquidazione unitaria del danno non patrimoniale, che è uno solo. Tanto importò il superamento della visione del pregiudizio morale da reato quale sofferenza transuente, turbamento psichico momentaneo, patema d’animo, avvallata dalla dottrina dominante, che da sempre riteneva che la monetizzazione del danno morale si compendiasse nel ristoro per le lacrime versate, secondo la nota ed efficace espressione “pecunia doloris”. A tale esegesi le Sezioni Unite hanno contrapposto una visione onnicomprensiva di danno morale, o non patrimoniale, per tale dovendosi intendere tutte e solo le evenienze lesive non economiche scaturite dall’illecito, senza distinzione alcuna tra sofferenze momentanee o permanenti, che si siano tradotte in un peggioramento della qualità della vita. Le citate pronunce novembrine delle Sezioni Unite, hanno inoltre chiarito che nelle ipotesi di reato non rientra tra gli elementi costitutivi della fattispecie risarcitoria l’ingiustizia costituzionalmente qualificata. Il requisito della ingiustizia andava qui inteso quale vulnus inferto ad un interesse meritevole di protezione, non difformemente da quanto richiesto ex art. 2043 c.c. per la riparazione monetaria del danno patrimoniale. Non si richiedeva, dunque, l’offesa ad un diritto fondamentale, bensì il danno ingiusto cagionato al danneggiato, secondo quella lettura evolutiva dell’art. 2043 c.c. che estende la protezione in esso sancita non solo ai pregiudizi recati a diritti assoluti, ma anche ai diritti relativi, alle situazioni di fatto, agli interessi legittimi, etc. Occorre sottolineare che la nuova lettura fornita in sede civile e poi costituzionale del combinato disposto degli articoli 2059 c.c. e 185 c.p. atta a ricomprendere tra le ipotesi che consentono l’accesso alla tutela risarcitoria anche i casi di reato accertati secondo i modelli civilistici e dunque utilizzando i mezzi istruttori delineati dal codice di procedura civile (si pensi al ricorso alle presunzioni, alle prove legali, al diverso ambito in cui è ammessa la prova testimoniale di ufficio e di cui parleremo ampliamente nei prossimi articoli), ha ampliato ulteriormente la portata dell’art. 2059. Dopo questo “breve” excursus sulla storia del danno “non patrimoniale”, possiamo concludere affermando che il danno morale altro non è che una sub specie del danno non patrimoniale che va risarcito ogni qual volta venga posto in essere un reato ai danni di una persona e più in generale ogni qual volta venga leso un diritto inviolabile dell’uomo sancito dalla Costituzione.  Il reato ovviamente si può anche, come accadrà nella causa civile intentata da Gazzoni, accertare in sede civile (si veda a riguardo la Sent. Cass. Sezioni Unite n. 1768 del 26 gennaio 2011) dato che in sede penale i reati sono andati tutti in prescrizione. Sarà dunque in sede civile che si accerteranno nuovamente le frodi sportive dato che in sede penale sono tutte andate in prescrizione prima della sentenza di Cassazione a parte quelle per cui gli imputati hanno rinunciato alla prescrizione e sarà in sede civile dove, con le limitazioni probatorie del processo civile decisamente più larghe rispetto a quelle del processo penale, si stabiliranno le partite alterate e se ne quantificherà il danno patrimoniale e sarà sempre li che Gazzoni dovrà dimostrare il nesso causale fra i reati che hanno portato alla retrocessione il suo Bologna e i danni morali e, più in generale, non patrimoniali che lamenta di aver subito. A riguardo mi sembra comunque doveroso riportare una dichiarazioni di Gazzoni riportata dal Corriere delle Sport: “Sono stati anni di paure, di rinunce e di umiliazioni, di gente che si voltava dall’altra parte. Alla richiesta di risarcimento danni ho aggiunto 17 milioni di danni personali, 17 anche per il dissesto della finanziaria di famiglia, la GGF. E altri 15 per aver dovuto cedere a un solo euro, insieme al Bologna, anche la finanziaria che si occupava degli aspetti immobiliari legati allo sviluppo del club. Poi ci sono i 32 già chiesti da Victoria e il totale sarebbe 81. Ma a questi vanno aggiunti 13 milioni di svalutazione e 19 di interessi. La cifra complessiva è di 113 milioni e 628 mila euro”.   Ma come si calcola il danno non patrimoniale e in particolare il danno morale?  Lo spiegheremo in altri articoli, per ora penso di aver messo fin troppa carne al fuoco, penso che possa bastare, chiudo l’articolo riportando gli articoli 2 e 32 della Costituzione

Articolo 2.

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili

dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si

svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri

inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

 

Articolo 32.

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto

dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure

gratuite agli indigenti.

Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario

se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso

violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

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