È notizia di questi giorni che sia stata fissata al 18 luglio 2016 la data dell’udienza del ricorso al TAR (Tribunale Amministrativo Regionale) della Juve contro la FIGC per il risarcimento dei danni di calciopoli. Per poter inquadrare dal punto di vista giuridico questo ricorso al TAR, dobbiamo innanzitutto capire sulla base di quali principi e leggi è possibile ricorrere al TAR ossia alla giustizia amministrativa per un provvedimento della giustizia sportiva. Per capirlo bisogna partire dall’entrata in vigore del D. Lgs. 23 luglio 1999, n. 242 modificato successivamente dal decreto Pescante per cui  le Federazioni sportive nazionali  sono state considerate “associazioni con personalità giuridica di diritto privato”. Per qualificarne però dal punto di vista giuridico i loro atti, bisogna andarne a vedere la qualificazione giuridica. Nel momento in cui le federazioni pongono in essere atti di diritto privato, quale può essere l’acquisto di un qualunque bene inerente alla loro attività, per esempio un aereo per gli spostamenti delle squadre nazionali, esse si comporteranno come soggetti con personalità giuridica di diritto privato ed eventuali controversie inerenti all’atto compiuto in qualità di soggetti di diritto privato saranno di competenza del giudice ordinario ossia il giudice civile mentre, nel momento in cui pongono in essere atti di natura pubblicistica, eventuali controversie insorte a riguardo saranno di competenza del giudice amministrativo. Lo stesso D. Lgs  n. 242/1999 ha riconosciuto che l’attività sportiva svolta dalle stesse federazioni può avere, per specifici aspetti, valenza pubblicistica e ciò è ribadito nel 1° comma dell’art. 23 dello Statuto del C.O.N.I. il quale espressamente lo richiama, affermando che hanno valenza pubblicistica esclusivamente le attività delle Federazioni sportive nazionali relative all’ammissione e all’affiliazione di società, di associazioni sportive e di singoli tesserati; alla revoca a qualsiasi titolo e alla modificazione dei provvedimenti di ammissione o di affiliazione; al controllo in ordine al regolare svolgimento delle competizioni e dei campionati sportivi professionistici; all’utilizzazione dei contributi pubblici; alla prevenzione e repressione del doping, nonché le attività relative alla preparazione olimpica e all’alto livello, alla formazione dei tecnici, all’utilizzazione e alla gestione degli impianti sportivi pubblici. Spetta quindi al giudice amministrativo decidere in caso di controversia su queste materie e a riguardo si era già in tal modo espressa la giurisprudenza molti anni prima con la sentenza del Tribunale di Trani del 17 aprile 1981 che ha affermato, nella fattispecie precisa, che spetta al giudice amministrativo conoscere della domanda proposta da una società calcistica per l’annullamento della delibera di radiazione della stessa dai ruoli federali, trattandosi di un atto di esercizio del potere spettante alla F.I.G.C.. Questo orientamento giurisprudenziale ha trovato poi la consacrazione in una decisione del T.A.R.  di Catania (TAR Sicilia, sezione II di Catania, Ordinanza 5 giugno 2003, n. 958) che, in parte qua, recita: “come in più occasioni ribadito dalla giurisprudenza (Cons. Stato VI n. 1050/95; T.A.R. Catania n. 1282/02; T.A.R. Lazio n. 2394/98; T.A.R. Lazio n. 135/88) l’ordinamento sportivo nazionale, pur essendo dotato  di ampi poteri di autonomia, autarchia e autodichia, è derivato da quello generale dello Stato con la conseguenza che il c.d. “vincolo di giustizia sportiva” che impone alle società sportive affiliate l’impegno di accettare la previa e definitiva efficacia di tutti i provvedimenti generali e di tutte le decisioni particolari adottate dalla F.I.G.C. e dai suoi organi e soggetti delegati nelle materie concernenti l’attività sportiva, opera con esclusivo riferimento alla sfera strettamente tecnico sportiva ed in quella dei diritti disponibili, ma non nell’ambito degli interessi legittimi, i quali non sono suscettibili di formare oggetto di una rinuncia preventiva, generale ed illimitata nel tempo, alla tutela giurisdizionale”. Questo orientamento giurisprudenziale ha poi trovato conferma nella legge n. 280/2003 che cercherò di spiegare per grandi linee. Il 1° comma dell’art. 1 della legge 280/2003 si apre con una norma di carattere programmatico che impegna la Repubblica a riconoscere e a favorire l’autonomia dell’ordinamento sportivo nazionale quale articolazione dell’ordinamento sportivo internazionale. Il 2° comma, ribadisce il principio generale di  autonomia tra l’ordinamento sportivo e l’ordinamento della Repubblica, salvi i casi di rilevanza per l’ordinamento giuridico della Repubblica di situazioni giuridiche soggettive connesse con l’ordinamento sportivo. L’Art. 2, comma 1 identifica poi le controversie riservate all’ordinamento sportivo. Esse sono quelle che hanno ad oggetto:

  1. a) L’osservanza e applicazione delle norme regolamentari, organizzative e statuarie dell’ordinamento sportivo nazionale e delle sue articolazioni al fine di garantire il corretto svolgimento delle attività sportive;
  2. b) i comportamenti rilevanti sul piano disciplinare e l’irrogazione ed applicazione delle relative sanzioni disciplinari sportive;

Il sistema della giustizia sportiva trova poi la sua completa definizione nell’art. 3, che delinea il seguente modello:

  1. a) l’intervento del giudice statale (ordinario o amministrativo) è ammesso per le materie non riservate agli organi di giustizia sportiva;
  2. b) al giudice ordinario viene lasciata la competenza in ordine alla materia dei rapporti patrimoniali;
  3. c) si devolve alla giurisdizione esclusiva (ed accentrata) del giudice amministrativo ogni altra controversia avente ad oggetto atti del C.O.N.I. o delle federazioni sportive;
  4. d) prima di adire il giudice statale è necessario che vengano esperiti e conclusi i procedimenti di giustizia sportiva;
  5. e) vengono salvaguardate le clausole compromissorie previste dagli statuti e dai regolamenti del C.O.N.I. e delle federazioni sportive, nonché quelle inserite nei contratti di lavoro subordinato sportivo di cui all’art. 4 della legge n. 91/1981.

Per quanto riguarda la lettera e), essa si riferisce alle controversie di carattere contrattuale e patrimoniale che possono sorgere fra l’atleta e la società sportiva di appartenenza che, prima di essere portate di fronte al giudice civile, come appunto prescrive la lettera b), devono essere esaminate, qualora sia presente una clausola compromissoria all’interno del contratto di lavoro subordinato dello sportivo professionista con la società di appartenenza come avviene nel calcio professionistico, di fronte ad una commissione arbitrale ad hoc. Sono cose che a noi in questo momento non interessano e per favore non fate i saputelli confondendo la clausola compromissoria che può essere presente nei contratti di lavoro subordinato dello sportivo professionista ma che può essere presente anche in altri contratti di lavoro che con lo sport non c’entrano niente,  con la clausola compromissoria della giustizia sportiva per cui i fatti inerenti a ciò che succede in campo sono, a meno che consistano in reati non punibili esclusivamente per mezzo di querela di parte, di esclusiva competenza del giudice sportivo. Quella viene chiamata impropriamente clausola compromissoria ma in realtà andrebbe chiamato, come avviene in altre Federazioni e come è stato chiamato nella sentenza del TAR di Catania su citata, “vincolo di giustizia”. Ad ogni modo, ciò che a noi interessa è la lettera c) dell’art. 3 per cui, una volta esauriti tutti i gradi della giustizia sportiva come prescrive la lettera d) dell’art. 3, ogni controversia, fatta esclusione per quelle inerenti l’osservanza e l’applicazione delle norme regolamentari, organizzative e statutarie dell’ordinamento sportivo nazionale e delle sue articolazioni al fine di garantire il corretto svolgimento delle attività sportive e i comportamenti rilevanti sul piano disciplinare e l’irrogazione ed applicazione delle relative sanzioni disciplinari sportive, potrà essere devoluta, quando va a ledere un interesse legittimo, alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo. Ma cos’è un interesse legittimo? L’interesse legittimo è l’interesse che chiunque di noi può avere nell’impugnare un atto della Pubblica Amministrazione, un esempio può essere per esempio l’esito di un concorso pubblico che magari sia stato svolto violando delle norme. Se consideriamo che la FIGC come ogni altra federazione sportiva emette, tramite i suoi organi di giustizia sportiva, un provvedimento che possiamo definire di carattere pubblicistico esso diventa, una volta esperiti tutti i gradi di giustizia sportiva, ricorribile tramite la giustizia amministrativa se i suoi effetti travalicano i limiti di cui alle lettere a) e b) dell’art. 2 della legge 280/2003. Non è stato così per esempio per quanto riguarda il ricorso al TAR di Giraudo che, fonte www.tuttojuve.com,  ha considerato inammissibile il ricorso al TAR perché riguardante atti di una federazione sportiva applicativi di una sanzione disciplinare e, quindi, sulla base delle indicazioni dalla Corte Costituzionale, in relazione ad essa il giudice amministrativo è sfornito di giurisdizione. Stessa sorte è toccata a Moggi che dopo il ricorso al TAR avverso le sanzioni disciplinari irrogategli dalla giustizia sportiva, ha fatto appello al Consiglio di Stato (l’organo di appello del Tribunale Amministrativo Regionale). A riguardo va appunto detto che mentre il TAR è entrato nel merito delle sentenze sportive confermandole, il Consiglio di Stato ha rigettato il ricorso per gli stessi motivi per cui è stato rigettato il ricorso al TAR di Giraudo. Stessa sorte sarebbe probabilmente capitata al famoso ricorso al TAR mai depositato dalla Juve avverso la retrocessione in Serie B quindi, a mio parere, è assolutamente inutile stare a piangerci sopra. La Juventus come società si avvarrà sicuramente dei migliori avvocati i quali di tutto hanno bisogno fuorché delle lezioncine di giuristi improvvisati nati su internet che si permettono di parlare dopo aver letto quattro articoletti sulle loro pagine e, peggio che mai, si sono pure convinti di essere diventati esperti di diritto. Tornando a noi e alle vicende giudiziarie di Moggi di fronte alla giustizia amministrativa, sappiamo che poi Moggi ha fatto ricorso anche in Cassazione avverso la sentenza del Consiglio di Stato. Francamente non dispongo delle motivazioni della sentenza di Cassazione però, c’è da dire, che, ai sensi dell’art. 110 del Codice del processo amministrativo (Decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104), il ricorso per Cassazione è ammesso contro le sentenze del Consiglio di Stato per i soli motivi inerenti alla giurisdizione. In altre parole la Cassazione a riguardo decide solo se è competente il giudice civile, il giudice amministrativo o solo il giudice sportivo o, al più, decide se è competente il TAR di una città o di un’altra ma non è competente per questioni inerenti al merito (non lo è mai) o alla legittimità (ossia se siano state applicate o no in maniera corretta le leggi sostanziali e processuali come avviene per il processo civile o penale). È quindi probabile, dato che sappiamo che è stato respinto, che anche la sentenza di Cassazione sia stata più o meno dello stesso tenore della sentenza del TAR sul ricorso di Giraudo. Ci terrei invece a soffermarmi giusto su alcuni passi della sentenza Moggi del Consiglio di Stato la quale ha affermato che l’impugnazione della sanzione disciplinare inflitta a Moggi non può essere conosciuta dal giudice amministrativo, nella cui sfera di giurisdizione rientrano solo eventuali domande di tipo risarcitorio nel caso di specie non proposte. Infatti Moggi ha esperito esclusivamente l’azione impugnatoria avverso il provvedimento irrogativo di una sanzione di natura squisitamente disciplinare costituita dalla inibizione di durata quinquennale con proposta di radiazione dai ranghi federali, accompagnata dall’ammenda di € 50.000 prevista dal CGS mentre sono irrilevanti gli effetti patrimoniali o personali pregiudizievoli consequenziali (Fonte: rivista “Il Foro Italiano” 2013) . È quindi possibile ricorrere al TAR avverso una sentenza sportiva se essa è accompagnata da una domanda di tipo risarcitorio e il ricorso al TAR della Juve, come noi ben sappiamo, lo è. Riguardo a questo ricorso però sappiamo ben poco, per poterlo analizzare è necessario sapere il “petitum” ossia il provvedimento effettivamente richiesto al giudice e questo bene o male lo sappiamo, la Juve chiede 444 milioni di euro per disparità di trattamento, e la “causa petendi” ossia le ragioni in fatto e in diritto sulla base delle quali si chiede il provvedimento al giudice. È appunto sulla “causa petendi” che siamo completamente all’oscuro. Sappiamo, più o meno per sentito dire, che la Juve richieda questa somma a titolo risarcitorio per “atto abnorme” e “disparità di trattamento”. Sull’”atto abnorme” suppongo che ci si riferisca alla retrocessione in serie B, ma è stato un provvedimento esagerato? È stato un abuso di potere o più semplicemente la giustizia sportiva si è limitata ad irrogare la pena più alta prevista dal CGS alla società che allo stato degli atti pareva quella con maggiori responsabilità? Assolutamente oscura è la ragione per cui invece la Juve ritenga di aver subito una “disparità di trattamento”. Rispetto a chi l’ha subita? Rispetto alle altre società coinvolte nel processo sportivo calciopoli che avevano comunque una situazione meno grave o rispetto all’Inter che invece si è avvalsa della prescrizione? A riguardo bisognerebbe porsi innanzitutto la domanda: ma se Palazzi avesse agito in tempi più rapidi avrebbe potuto evitare la prescrizione? A questa domanda risponderò in un altro articolo. Assolutamente improbabile è l’eventualità che la disparità di trattamento si riferisca al comportamento della magistratura che, a parer loro, abbia volutamente nascosto le telefonate fatte da Facchetti. In tal caso avrebbe dovuto convenire in giudizio di fronte al TAR la magistratura stessa cosa che non ha fatto e che francamente non credo neanche che si possa fare ma a riguardo cercherò di informarmi meglio. Per completezza aggiungiamo che l’associazione “Giùlemanidallajuve” ha presentato ricorso in “adiuvandum” che, detto in italiano, sarebbe l’intervento adesivo dipendente che si ha quando il terzo che interviene non fa valere nel processo un proprio diritto, ne propone una sua domanda, ma si limita invece a sostenere le ragioni di alcuna delle parti, avendovi un proprio interesse ed, essendo la suddetta associazione una associazione di piccoli azionisti della Juve, evidentemente lo ha. Sempre per completezza aggiungiamo che è stata la stessa Federazione a sollecitare la discussione di fronte al TAR (fonte dialoghi all’interno di questa pagina  www.facebook.com/glmdj/posts/10154171620396532?pnref=story ) il motivo ovviamente mi è ignoto. Perché la Federazione si sente sicura del fatto che la richiesta sia infondata e che ci troviamo quindi di fronte ad una lite temeraria? Chi può dirlo.

Riassunto breve: Ogni qual volta la Federazione emette un provvedimento di carattere pubblicistico che va a ledere un interesse legittimo è esperibile, dopo aver esaurito tutti i gradi di giustizia sportiva, il ricorso alla giustizia amministrativa. Perché essa si possa dichiarare competente, il ricorso deve presentare una domanda di carattere risarcitorio, cosa che, a differenza dell’attuale ricorso per disparità di trattamento presentato dalla Juve, non avevano i ricorsi alla giustizia amministrativa di Moggi, Giraudo e il primo, che in realtà non è mai stato presentato, della Juve.

BIBLIOGRAFIA:

LIOTTA G. – SANTORO L. (2013) Lezioni di diritto sportivo. Giuffrè Editore. Pagg. 60 e seg. e 269 e seg.  

SANNINO M. – VERDE F.  (2011) Il diritto sportivo. Terza edizione, Cedam. Pag. 138

BAGATTINI F. – D’AVIRRO A. – DUCCI M. – GIGLIOLI M.  MASTROMATTEO A. – MESSERI M. – TADDEUCCI SASSOLINI M. (2008) Commento al nuovo codice di giustizia sportiva. Aspetti giuridici e casi pratici. Giuffrè Editore. Pag. 224.

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